L’edificio è il risultato di rifacimenti operati nell’800

Nel Palazzo Grazioli l'arte del restauro

 

 

di Antonio Venditti

Lungo via del Plebiscito, tra i Palazzi Doria Pamphili e Altieri, si innalza Palazzo Gottifredi, poi Grazioli, occupando una parte centrale del Campo Marzio, ricca di importanti testimonianze archeologiche.

Come lo vediamo oggi, Palazzo Grazioli è il risultato di un complesso di rifacimenti operati dalle diverse famiglie che vi abitarono nel corso dei secoli.

Le antiche guide ricordano un palazzo eretto qui da Giacomo Della Porta, particolarmente attivo in questa zona dove abitava.

In una pianta di Roma di Antonio Tempesta del 1593, sembrerebbe ravvisarsi in questo stesso luogo un palazzo con altana di proprietà della famiglia Ercolani, dopo la metà del ‘600, come del resto nel secolo successivo, dei Gottifredi che fecero rinnovare la loro dimora, durante il pontificato di Alessandro VII (1655-1667), da Camillo Arcucci, esponente non di rilievo dell’architettura barocca a Roma.

Nella pianta del Censo del 1829, accanto al nome dell’originario proprietario del Palazzo compare la dicitura "ora del duca di Luc(ca)"; al principio del secolo l’edificio è detto anche Ercolani. Quando nel 1806 vi trovarono asilo dapprima l’ambasciatore d’Austria, costretto a cedere il palazzo di Venezia all’ambasciatore di Francia card. Fesch e successivamente quello di Francia, il Palazzo non sembra più proprietà dei Gottifredi.

La duchessa di Lucca, Maria Luisa di Borbone Parma, infanta di Spagna, lo abitò in quegli anni e vi morì nel 1824. In seguito passò al commendatore Vincenzo Grazioli, barone di Castelporziano nel 1832, nobile Romano nel 1843 e duca di Santa Croce di Magliano nel 1851, che affidò la ristrutturazione radicale dell’edificio all’architetto Antonio Sarti. I lavori durarono a lungo, come è possibile desumere da una scritta nel lato sud del cortile dell’edificio in cui si legge la data 1874.

In origine il Palazzo era inserito in un’isola di case a pianta trapezoidale, che formava una piazzetta verso il Palazzo Altieri e terminava a punta verso Via della Gatta.

Nel 1877, in base a una convenzione stipulata con il Comune di Roma per l’ampliamento della prospiciente via degli Astalli, fu creata una piazza sul retro del Palazzo che prese il nome di piazza Grazioli. La modifica fu talmente gradita al principe Doria, che aveva qui un lato del suo palazzo, che volle donare al Campidoglio, in segno di riconoscenza, una statua equestre di Vittorio Emanuele II, collocata sul Pincio.

Fu così possibile costruire la facciata principale di palazzo Grazioli, di tipo classicheggiante, fiancheggiata da due rientranze su via del Plebiscito, mentre su via della Gatta fu rimaneggiato e completato il prospetto laterale dovuto all’Arcucci e eliminato uno degli ingressi del vecchio edificio. All’interno fu creato un cortile e costruito un nuovo braccio di scala che si diparte da quella seicentesca. Venne attuato un complesso di interventi per ricavare una sala di ingresso e una serie di saloni e gallerie, che, girando intorno al cortile, arrivano fino alla nuova sala da ballo affacciata su via del Plebiscito: risultato dell’unione di due sale dell’originario palazzo Gottifredi. Le sale furono riccamente decorate da Prospero Piatti (1870), che attese a illustrare i fasti della famiglia.

La parte più pregevole dell’edificio è la facciata, totalmente movimentata da paraste con capitelli nei quali ricorrono teste di leone e da semplici riquadri.

Su uno zoccolo bugnato si apre al centro del prospetto il portone, fiancheggiato da due colonne doriche di granito grigio e sormontato da un balcone. Ai lati si aprono otto finestre con inferriate. Il piano terreno, come appare attualmente, è il risultato dei rimaneggiamenti operati dal Sarti. In origine le finestre ai lati del portone erano soltanto due, mentre al posto delle altre sei erano altrettante porte ad arco ribassato sormontate da finestrelle. Sull’angolo del Palazzo era un’antica edicola sacra con un grande baldacchino, sostituita da un’altra in mosaico, ottocentesca.

Il primo piano è ripartito da otto finestre architravate e da una porta-finestra centrale, che si apre in corrispondenza del balcone, con timpano curvo nel quale è stato inserito lo stemma Grazioli a mosaico.

Il secondo piano è scandito da nove finestre con timpano e teste di leone, prima espressione araldica dello stemma Gottifredi. Sul cornicione lo stesso motivo è ripetuto e ampliato fornendo una visione a tutto campo di un leone rampante che tiene un libro d’argento aperto.

La facciata posteriore, di impianto rigidamente neoclassico, presenta il piano terreno bugnato con porta arcuata centrale con sulla sommità lo stemma Grazioli Lante della Rovere, fiancheggiata a destra e sinistra da tre archi chiusi nei quali sono ricavate altrettante finestre a lunetta, mentre al primo e al secondo piano si evidenziano sette finestre architravate, divise tra loro da lesene corinzie. Il cornicione è a mensole.

Nel prospetto è inserita una targa di marmo e bronzo con il ritratto e la statua della Gloria, opera di Alcibiade Mazzeo, in ricordo del sottotenente di vascello Riccardo Grazioli Lante della Rovere caduto ad Homs il 28 ottobre 1911.

Il fianco destro di Palazzo Grazioli si svolge su via della Gatta, che prende il nome dalla graziosa, piccola scultura, murata sul primo cornicione, all’angolo. E’ proprio una gatta di marmo in grandezza naturale rinvenuta tra le rovine del vicino tempio di Iside e Serapide del Campo Marzio, il più importante edificio di culto egiziaco a Roma, che occupava una zona compresa tra via del Seminario e la chiesa di Santo Stefano del Cacco. Sulla gatta di marmo circola una curiosa leggenda: l’animale guarderebbe in direzione di un favoloso tesoro, sepolto chissà quando. Peccato che, per trovarlo, bisognerebbe scavare anche sotto le fondamenta dei palazzi circostanti.


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