Nel 1999 il Paul Getty Museum
di Malibu, con grande spirito di responsabilità ispirato alla collaborazione tra
istituzioni culturali, in ossequio al concetto che possono essere acquisite solo
opere di provenienza certa e documentata, restituiva all’Italia una delle più
significative creazioni della ceramografia greca. Il reperto era stato comperato
dal museo americano "a pezzi", a partire dal 1983, suscitando varie perplessità
nella Sovrintendenza all’Etruria Meridionale, che lo aveva riconosciuto come uno
dei doni votivi dell’area sacra di Hercle (Ercole) in località S. Antonio, a
Cerveteri. Stiamo parlando della grande coppa attica a figure rosse eseguita da
Onesimos, allievo del celebre Eufronios, databile tra il 500 e il 490 a.C. ed
oggi conservata nel Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia, a Roma.
L’interno è decorato con alcuni
episodi intensamente drammatici della caduta di Troia: nel tondo centrale il
figlio di Achille, il feroce Neottolemo, avanza verso il vecchio Priamo per
ucciderlo e getta dalle mura di troia, dopo averlo preso per i piedi, il piccolo
Astianatte, nato da Ettore e Andromeda. Nel fregio più esterno due giovani,
Acamante e Demofonte, liberano Aithra, l’ancella di Elena, quindi Aiace Olileo
afferra per i capelli Cassandra, cui sta per usare violenza. La profetessa è
quasi nuda e, tendendo supplichevole la mano verso l’aggressore, si stringe,
invano, alla statua di Athena. Seguono un combattimento tra greci e troiani e
una scena che vede protagonisti Elena e Menelao. Il marito tradito avanza
minaccioso con la spada per trafiggere la sposa infedele, che lo aveva
abbandonato per il bel Paride, dando di fatto l’avvio alla decennale guerra di
Troia. Un Eros alato, però, irrompe all’improvviso sulla scena, facendo
nuovamente infiammare il cuore di Menelao dell’amore, mai sopito, per Elena: la
spada cade dalla mano dell’eroe acheo.
All’esterno sono dipinte altre
scene tratte dall’Iliade.
Sotto il piede della coppa è
un’iscrizione etrusca, incisa quando il vaso, esportato dalla Grecia in Etruria,
fu dedicato nel santuario di Hercle a Cerveteri. E’ distribuita circolarmente,
da sinistra verso destra e su due righe contrapposte. Nonostante alcune lacune,
può essere interpretata come la più antica testimonianza epigrafica etrusca di
un culto a Hercle.
Il luogo di provenienza della
coppa, interessato da uno scavo sistematico della Sovrintendenza, risultava già
occupato nella prima età del ferro: vi sono stati individuati capanne ovali
segnalate da fori di palo e da canalette di imposta delle pareti, e fondi di
capanna o fosse di scarico.
In epoca storica vi furono
costruiti due grandi edifici a pianta rettangolare, due templi di tipo
tuscanico, denominati A e B, allineati e orientati a sud-ovest.
Tra i due edifici sacri è una
vasta area pianeggiante, quasi al centro della quale rimangono le fondazioni di
una struttura in blocchi di tufo, forse un grande altare.
Sono stati rinvenuti diversi elementi della decorazione architettonica, tra cui
alcune antefisse di diversi periodi, dall’età arcaica all’inizio del V sec. a.C.
In corrispondenza della fronte del tempio A si nota la presenza di una ampia
struttura sotterranea, una vasca in parte scavata nella roccia e nella parte
superiore in blocchi squadrati di tufo. La fondazione del muro anteriore del
podio del tempio ne occupa la parte meridionale, quindi la struttura dovette
andare del tutto o in parte fuori uso al momento della costruzione del tempio.
Verso la fine del IV sec. a.C. il tempio ricevette una nuova decorazione fittile
e il piazzale antistante venne pavimentato con uno spesso strato di sfarinatura
di tufo. Collegata con questa fase di ristrutturazione del santuario è
certamente la favissa individuata nella campagna del 1999, da cui provengono
molte decine di frammenti relativi ai donari dedicati nel santuario tra gli
ultimi anni del VI sec. a.C. all’inizio dell’età ellenistica. Tra questi, il
frammento di una grande coppa a figure nere con imprese di Herakles, un
modellino di clava e molti oggetti di pertinenza femminile, che fanno ipotizzare
la presenza di una compagna divina, detta "paredra" , accanto alla figura di
Hercle, certamente il titolare di uno dei culti principali del santuario. Il
luogo sacro doveva essere già in piena decadenza in età ellenistica, data la
quantità abbastanza modesta dei materiali riferibili a questa fase.