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Nel santuario presso Santa
Severa era praticata la prostituzione sacra
Le sacerdotesse dell’amore
I proventi del “servizio” furono anche portati in dote ai mariti

di
Cinzia Dal Maso
Dove è oggi Santa
Severa, sorgeva l’etrusca Pyrgi, il principale scalo commerciale di Caere (Cerveteri),
un centro ricchissimo, grazie agli scambi commerciali non solo con gli altri
centri dell'Etruria marittima, ma anche con i fenici. I vicini monti della Tolfa,
con i loro giacimenti minerari, le consentivano una redditizia attività di
estrazione metallifera. La città raggiunse il massimo splendore tra il VII ed il
V sec.a.C.
Presso gli antichi era nota per il suo santuario, chiamato dai greci di
Leucothea o Ilizia, molto importante e frequentato dai fedeli: sappiamo che
Dionisio di Siracusa lo saccheggiò nel 384 a.C., ricavandone un ingente bottino.
Da cosa derivava un simile accumulo di ricchezze? Probabilmente da una
particolare pratica religiosa: la prostituzione sacra.
La più importante campagna di scavi archeologici nell’area venne effettuata tra
il 1957 ed il 1971 e diede risultati sorprendenti.
A sud-est dell'abitato etrusco, lungo la spiaggia, sono tornati alla luce i
resti del grande santuario: le fondamenta in blocco di tufo squadrato e parte
della decorazione architettonica in terracotta di due templi, uno dei quali,
come ricorda un'iscrizione, era dedicato ad Uni, la Giunone etrusca.
I due templi, divisi da una piccola area sacra, erano affiancati e orientati
verso il mare. Il "tempio A", è databile tra il 480 ed 470 a.C. E' tuscanico,
con pronao e tre celle. Resta una grande placca di terracotta policroma che,
come di norma nei templi etruschi, decorava la parte centrale di uno dei
frontoni, forse il posteriore. Ora è conservata a Roma, in una sala del Museo di
Villa Giulia. Vi è raffigurata ad altorilievo una scena tratta dal mito greco
dei Sette contro Tebe. Il “tempio B”, più antico, risale alla fine del VI
sec.a.C. e si presenta con pianta rettangolare ed una sola cella. A destra del
tempio corre il muro di cinta del santuario, a cui si addossano una ventina di
celle, davanti alle quali sono sistemati alcuni piccoli altari. Anche grazie al
confronto con il santuario di Centocamere a Locri, è facile ipotizzare che
proprio in questi minuscoli ambienti si svolgesse la prostituzione sacra. Si
tratta di una pratica molto antica, di provenienza orientale, il cui scopo
doveva essere la comunione del fedele con la divinità, tramite l’unione con la
sua sacerdotessa. A Babilonia, per esempio, già intorno al 1750 a.C., molte
giovani di ottima famiglia si “concedevano” in ambienti del tempio.
Erodoto, nel V sec.a.C., si stupì del numero di prostitute negli edifici sacri
babilonesi. Raccontava lo storico che ogni donna nativa del luogo, almeno una
volta nella vita doveva recarsi al tempio e darsi ad uno sconosciuto. Non le era
permesso fare ritorno a casa finché un uomo non le aveva gettato una moneta
d’argento in grembo e non l’aveva condotta con sé per giacere insieme. “Le donne
alte e di bell’aspetto – sottolineava Erodoto – riescono a tornare a casa
presto, ma per quelle brutte può passare molto tempo prima che riescano ad
assolvere il compito richiesto dalla legge; per alcune, infatti, possono
trascorrere anche tre o quattro anni”.
Anche la dea fenicia Astarte aveva le sue prostitute sacre, che a Cipro erano
particolarmente disponibili nei confronti dei viaggiatori. Sembra che da una
certa epoca in poi le sacerdotesse di Astarte non versassero più nel tempio i
proventi del loro servizio, ma li conservassero per portarli in dote ai loro
mariti. Questi ultimi non si vergognavano del denaro ricevuto, ma se ne
vantavano, reputando che una somma elevata testimoniasse la bellezza della loro
sposa e le sue grazie recondite.
Sicuramente Astarte era onorata anche a Pyrgi, dove era in qualche modo
assimilata ad Uni: lo provano le tre lamine d’oro (fine VI – inizi V sec.a.C.)
rinvenute nel 1964 nell’area recintata tra i due templi.
Su due delle lamine ci sono iscrizioni in etrusco, mentre la terza reca un testo
di 11 righe in fenicio arcaico, l'unico in questa lingua rinvenuto in Italia.
Nel testo fenicio si parla della dedica di un'area sacra alla dea Astarte fatta
dal re di Caere, Thefarie Velianas. In quello etrusco, la dea si chiama "Unialastrus",
risultato dell'unione dei nomi di Uni e Astarte, considerate probabilmente come
la stessa divinità.
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