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Gli Etruschi avevano una lunga esperienza nella coltivazione della vite

Il vino, ospite d’onore nei banchetti

Di ottima qualità quello di Cere, poco apprezzato il veiente

di Cinzia Dal Maso

Gli Etruschi amarono moltissimo il vino, con cui allietarono i loro sontuosi banchetti. Come e quando avevano appreso l’arte di coltivare la vite, favorita anche da una terra fertile e da un clima mite?

Già dalla fine del IX secolo a.C., giungevano nel territorio veiente, provenienti dall’area euboica, vasi greci con i quali doveva essere stato importato del vino, usati poi come elementi di corredo nelle tombe di personaggi di rango.

Fino alla metà del VII secolo a.C., però, il vino rimaneva un prodotto esotico e alla portata di pochi, visto che nei corredi delle tombe aristocratiche etrusche le anfore erano ancora fabbricate in Grecia (Attica, Eubea, Grecia orientale) o fenicie.

La produzione di vino locale comincia nell’ultimo quarto del VII secolo a.C., anche grazie alle grandi masse di servi su cui poter contare per la coltivazione della vite. Nei corredi si trovano sempre più frequentemente grandi servizi da simposio in bucchero. A Cerveteri e Vulci sono state localizzate botteghe che realizzafvano i contenitori da trasporto della bevanda, gradualmente si diffusi sia nelle tombe che in numerose località dell’Italia e dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, non solo su tutta la costa tirrenica fino alla Sicilia orientale, ma anche fino a Marsiglia e ad Ampurias. Altri luoghi che hanno restituito sporadicamente vasellame di bucchero e di imitazione corinzia sono la Sardegna, la Sicilia occidentale, Cartagine e la Spagna meridionale.

Dalla fine del VI secolo a.C. si canonizzano altre forme di vasellame da impiegare nel banchetto e l’Etruria diventa l’acquirente più importante di vasi attici, pur continuando a produrre localmente serie ceramiche. Non mancarono nemmeno servizi realizzati in metallo, che potevano comprendere grattugie e colini. Nell’area dell’adriatico settentrionale fra il VI e il V secolo a.C., si distinse la produzione di eleganti situle (secchi) in bronzo per il consumo di vino.

Le esportazioni di vino etrusco sulle coste della Francia continuano anche dopo la disfatta di Cuma, del 474 a.C., sia pure con una progressiva contrazione, almeno fino all’inizio del IV secolo a.C.

Dal III secolo a.C. le anfore di produzione vulcente e ceretana vengono sostituite dalle cosiddette anfore greco-italiche, provenienti dall’Italia meridionale, diffusissime nel III-I secolo a.C. e ben presto prodotte anche nell’Italia centrale.

Nel III secolo a.C. anche centri dell’Etruria interna - Arezzo, Cortona e Chiusi - sembrano promuovere la loro produzione vinicola, come proverebbero le monete con la ruota-ancora, che possono presentare, al rovescio, anche un cratere o un’anfora.

Dello stesso periodo sono importanti testimonianze paleobotaniche, come i rami di Vitis vinifera trovati in pozzi di Pyrgi e vinaccioli sempre di vite rinvenuti a Blera, presso l’insediamento agricolo Le Pozze.

Anche le fonti letterarie garantiscono la bontà e la diffusione dei vini etruschi, certamente risultato di una lunga esperienza nell’innesto delle viti e nella creazione di ibridi. Dionigi di Alicarnasso li paragonava al falerno e a quelli dei colli romani, mentre Ateneo conferma che erano conosciuti e apprezzati anche in Grecia. Tra i più rinomati erano quelli di Luni, di Gravisca, di Adria e di Cesena. Plinio il Vecchio ricorda l’uva di Todi, con due varietà nel territorio di Arezzo e di Firenze, quella di Chiusi, impiantata anche a Pompei e nell’area del Vesuvio e da cui deriva il nome di Pompeiana, i vini di Pisa, di Adria, Gravisca, Statonia e Luni. A Caere Marziale ricorda la presenza di vini di qualità.

Ancora da Plinio sappiamo che i vitigni di Perugia, con uva dai chicchi neri, in grado di fornire vino in quattro anni, erano stati impiantati anche nell’area di Modena.

Gli Etruschi, dal canto loro, preferivano per i banchetti alcune qualità di moscato, il cui sapore era gradito alle api, da cui derivava un vino dolce che dava facilmente alla testa.

La cenerentola delle città etrusche nella produzione vinicola sembra essere stata Veio, il cui territorio dava un vinello rosato e torbido che non piaceva a Orazio e a Marziale.

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