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Agili figure emergono dalle pareti delle tombe tarquiniesi Il magico ritmo della danza I romani chiamarono i ballerini etruschi per vincere la peste
Figure di agili danzatori etruschi riemergono dal buio delle tombe, dalle superfici degli specchi, dalle terrecotte e dai bronzi per descriverci un mondo gioioso, scandito dal ritmo della musica, in cui i movimenti, seppur spesso dettati da una sorta di mistica esaltazione, riescono a mantenere una intrinseca armonia. I ballerini etruschi sembrano come in trance, in preda al ritmo di un’arcana magia. Gli studiosi che si sono soffermati su queste scene, non sono riusciti a confrontarle con danze di altri popoli e hanno dovuto ammettere che sono semplicemente e tipicamente etrusche. Di certo le danze dovevano accompagnare molta parte della vita in Etruria, non solo le cerimonie funebri di cui le tombe di Tarquinia, a partire dal VI secolo a.C., ci hanno tramandato tanti esempi, come la deliziosa danzatrice della "Cardarelli" o il gruppo della parete destra della "Tomba dei Giocolieri", così descritto da Mario Moretti: "cinque sono i protagonisti: un uomo al centro in atto di suonare uno strumento a fiato intorno al quale si muovono quattro danzatrici; fra tutte la più bella e la più completa è quella volta verso l’angolo sinistro: alta, di vigoroso aspetto, dal profilo etrusco estremamente deciso, la giovane compie un passo di danza che sa di musica scandita, ritmica, solenne; tanta vigoria e tanta solennità mirabilmente si incontrano nel movimento delle braccia, nell’ampia falcata della gamba destra alzata e, in particolar modo, nei tratti somatici della protagonista. Il colore dei capelli, nero intenso, gli occhi allungati quasi a mandorla, le labbra rese in rosso carminio, un neo prepotente sulla gota sinistra rendono ancora più strana ed affascinante questa stupenda fanciulla". E che dire della superba coppia di ballerini della "Tomba delle Leonesse", un uomo e una donna, lui nudo, lei vestita di un sottilissimo velo, che si fronteggiano con disinvoltura, attenti a mantenere il ritmo e a sincronizzare i gesti? Si può facilmente capire con quale meraviglia i rudi e sobri romani del IV secolo a.C. accolsero le evoluzioni dei ballerini etruschi. Era il 364 a.C. ed erano passati appena tre anni dalla strenua lotta che vide la Città Eterna impegnata a respingere i celti oltre confine. Un nuovo, grande flagello si profilò all’orizzonte, molto più subdolo e difficile da combattere di un’orda barbarica: la peste, che faceva strage nella popolazione. Inizialmente si pensò di placare le divinità infuriate offrendo loro un "lettisternio", ossia un solenne banchetto cui partecipavano i simulacri degli dèi, seduti su sofà o sdraiati sui letti conviviali. Tutto inutile. Nessun rimedio, naturale o soprannaturale, sembrava in grado di fermare il contagio. Si pensò allora di rivolgersi agli etruschi, che, a quanto si diceva, conoscevano speciali giochi espiatori contro l’ira divina, danze mimiche non accompagnate dal canto. Giunsero così questi "ballerini" sacri dall’Etruria, per mostrare la loro abilità a un popolo guerriero, che fino ad allora aveva conosciuto solo i violenti giochi nel circo, come riferisce Tito Livio. Se la musica e il canto non erano mai stati veramente curati dai romani, soprattutto la danza si opponeva alla gravitas latina. "Si ebbe così nella città sul Tevere la grande ‘prima’ di un corpo di ballo etrusco", scrive lo storico tedesco Werner Keller, notando, come "senza canto, senza voler esprimere coi gesti un contenuto, gli istrioni fatti venire dall’Etruria eseguissero, con eleganti movimenti, danze accompagnate da un flauto". Ancora una volta gli etruschi avevano dato un eccezionale contributo alla crescita culturale di Roma: "la cosa trovò buona accoglienza e si migliorò con l’esercizio", riferisce infatti Livio, aggiungendo che "in etrusco l’attore è detto hister", da cui deriva il termine romano "histrio" (istrione), in origine indicante solo il pantomimo e il ballerino, in seguito esteso a qualsiasi attore della commedia o della tragedia. Certo ci volle tempo a vincere le tante resistenze. Ancora Cicerone diceva che "nessuno danza da sobrio, a meno che non sia fuori di senno". "I romani, seguendo il loro gusto – continua Keller - fecero di un’antichissima danza magico-cultuale una solenne buffonata popolare: i giovani, che imitavano gli etruschi, presero a recitare versi liberi e scherzosi. Il vero gusto del mimo venne loro solo alcuni secoli dopo, in epoca imperiale, ma non per ragioni magico-cultuali o estetiche, bensì per la moda allora in voga praticata nei palazzi dei ricchi degli spettacoli da tabarin, come puro stimolante erotico". Se qualcuno volesse sapere quale effetto ebbero le danze etrusche sulla peste del 364 a. C., la risposta è alquanto deludente: i giochi non placarono le sofferenze del corpo. |
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