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Quasi terminato il restauro del celebre altorilievo di Tarquinia I Cavalli Alati torneranno a farsi ammirare La terracotta ha riacquistato i suoi splendidi colori originali
I Cavalli Alati di Tarquinia Ancora pochissimo tempo e i Cavalli Alati torneranno a farsi ammirare nel Museo Nazionale di Tarquinia, più belli che mai. Il celebre altorilievo in terracotta, infatti, è stato sottoposto a un delicato intervento di ripristino, finanziato dalla Wind Telecomunicazioni SpA ed affidato alle mani sapienti di una delle migliori specialiste del settore, la dottoressa Ingrid Reindell. La direzione scientifica del restauro è della dottoressa Maria Cataldi, della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, che ha deciso di procedere al recupero dell’altorilievo per garantirne la tutela e la conservazione. La coordinazione è spettata al Comune di Tarquinia, retto dal Sindaco Alessandro Giulivi, in collaborazione con la Sovrintenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Le varie, complesse fasi dell’intervento di restauro sono state eseguite in una sala appositamente allestita all’interno del Museo. Alla fine del paziente lavoro, riaffioreranno anche i colori ormai occultati dalla patina del tempo, mentre sarà messa in luce una distinzione più corretta tra parti originali e porzioni ricostruite. Il rilievo con la coppia di destrieri alati fu rinvenuto nel 1938 dall'archeologo Pietro Romanelli, nel corso di una campagna di scavi condotta sulla Civita, sede dell’abitato dell’etrusca Tarquinia, durante la quale tornarono alla luce i resti di un grande tempio, chiamato "Ara della Regina". La lastra di terracotta, alta 114 centimetri e larga 124, trovata in circa cento frammenti, venne ricomposta e integrata subito dopo lo scavo. Costituiva parte della decorazione frontonale dell’edificio sacro e vi sono raffigurati due focosi cavalli alati, nervosi e scalpitanti, aggiogati a una biga di cui resta solo l'asse del timone, che sembrano sul punto di spiccare il volo. La lastra doveva essere appoggiata alla testata della trave laterale sinistra del tetto. Una seconda lastra, affiancata alla prima, è andata, purtroppo, perduta. Doveva contenere la biga e certamente il personaggio che la conduceva, si pensa la divinità cui era dedicato il tempio. Potevano farne parte i resti di una figura femminile con il lungo abito riccamente decorato. Secondo F.H.Massa Pairault, nelle lastre frontonali doveva in qualche modo essere rievocata la storia di Tagete, mitico fanciullo dalla saggezza di un vecchio. La biga, condotta da una divinità femminile, avrebbe potuto portare trionfalmente Ercole – considerato da alcuni l’eroe progenitore del nomen etruscum - all’Olimpo. Il tema della biga alata doveva essere assai caro a Tarquinia, visto che nella stessa città fu rinvenuta una placchetta d’osso (cm. 6,40 X cm. 11,60) di simile soggetto, usata come decorazione di un cofanetto di gioielli e oggi a Parigi, al Museo del Louvre. I cavalli dell’Ara della Regina, eseguiti con tecnica raffinatissima, erano vivacemente colorati, con una minuziosa resa dei dettagli, quali code, criniere, piumaggio delle ali e la precisa riproduzione della ricca bardatura. L'artista doveva conoscere assai bene la contemporanea scultura greca ed averne assimilato i principi. Il gruppo scultoreo è da considerarsi tra le opere più importanti e significative dell'arte etrusca, databile tra la fine del V e gli inizi del IV sec a.C. Il restauro ha restituito ai Cavalli Alati i loro colori originali, dal rosso bruno delle briglie al nero degli occhi, dallo splendido disegno a strisce rosso - nere dell’asse del timone al manto dei cavalli: rosso terra per il destriero in secondo piano e giallo oro per quello in evidenza. |
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