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Dalle pitture di Tarquinia i passatempi più in voga durante i banchetti
Gli etruschi, giocatori
incalliti
Sarebbero gli inventori dei dadi e degli spettacoli gladiatori
di Cinzia Dal Maso
Sulla parete
destra della Tomba Cardarelli di Tarquinia, della seconda metà del VI secolo a.C.,
è raffigurato un uomo, vestito solo con un panno variopinto intorno ai fianchi,
che sta per dare con la sinistra un colpo secco alla coppa retta con la mano
destra. Non si tratta di uno strano rito propiziatorio, ma – semplicemente - di
un gioco molto in voga a quei tempi, conosciuto anche dai greci, consistente nel
lanciare il vino contenuto in una coppa, cercando di centrare un bersaglio
stabilito. Nella pittura in questione, accanto all’uomo è un giovinetto,
probabilmente un servitore. Ha in mano dei recipienti – forse il vino per
riempire nuovamente la coppa – e si volta repentinamente in direzione del
bersaglio, che in questo caso non è raffigurato, ma di solito consisteva in un
piattello tenuto in bilico su un’asta metallica alta poco meno di due metri ed
assicurata ad una base.
Ancora a Tarquinia, sulla parete di fondo della Tomba Querciola I, del V secolo
a .C., è dipinto un banchetto durante il quale uno dei commensali dà un colpo
secco alla coppa rimanendo comodamente seduto sul letto conviviale.
Numerosi altri erano i giochi con cui gli etruschi si divertivano. Alcuni
sarebbero stati inventati proprio da loro, in circostanze a dir poco curiose.
Erodoto, secondo cui gli etruschi venivano dall’oriente, racconta che nella loro
patria di origine, la Lidia, si era verificata una terribile carestia. I
cittadini, per combattere la fame, avrebbero ideato numerosi giochi, con i dadi,
gli aliossi – ossicini di agnello – e il pallone. Un giorno mangiavano il poco
che avevano e il giorno seguente digiunavano, cercando di dimenticare i morsi
della fame giocando dalla mattina alla sera. Dopo diciotto anni di questa vita,
metà della popolazione avrebbe deciso di lasciare la Lidia, sotto la guida del
figlio del re, Tirreno, per cercare una terra più fertile. Sempre secondo
Erodoto, la spedizione avrebbe raggiunto il suo scopo, approdando sulle rive
della Toscana.
Qualunque fosse l’origine degli etruschi, la diffusione del gioco dei dadi
presso di loro è testimoniata dal gran numero di questi oggetti rinvenuto nei
corredi tombali. Sono di vari materiali, ma soprattutto d’avorio e d’osso ed
hanno i numeri incisi sulle facce. Tito Liviio riporta che nel 347 a.C. gli
ambasciatori romani inviati presso Laris Tolumnio, re di Veio, lo avrebbero
trovato intento a giocare con i dadi: evidentemente tale abitudine non
risparmiava nemmeno i livelli più alti della società.
La Tomba dei Rilievi Dipinti di Cerveteri, del IV secolo a. C., è utilissima per
conoscere gli aspetti della vita quotidiana etrusca, con le sue pareti ricoperte
da fedeli riproduzioni in stucco di suppellettili domestiche, raffigurate come
se fossero appese al muro per essere sempre a portata di mano. Tra i tanti
oggetti, sembra si possa riconoscere una tavoletta da gioco, corredata da una
borsa con le pedine, con cui dedicarsi ad un passatempo simile alla nostra dama.
Ci si poteva divertire anche assistendo alle gare sportive. Parteciparvi,
invece, poteva essere meno allegro, visto il carattere cruento che spesso
assumevano. La pitture funerarie ce ne hanno conservato un bel campionario, che
permette di distinguere gli sport comuni anche al mondo greco, come il pugilato,
la corsa podistica, il lancio del disco e del giavellotto, il salto in lungo o
la corsa dei carri, da quelli finora noti solo in Etruria. Tra questi ultimi,
uno spicca per originalità e crudezza, nella testimonianza di una pittura della
Tomba degli Auguri di Tarquinia: Una figura mascherata, che un’iscrizione
definisce “Phersu” (parola da cui deriva il latino “persona”, il cui significato
è appunto “maschera”), sta aizzando u ferocissimo mastino contro un poveretto
con la testa coperta da un cappuccio e con in mano un bastone con cui tentare di
difendersi, menando colpi alla cieca.
Scene come questa confortano la tradizione secondo la quale i giochi gladiatori
dell’antica Roma, con il loro carattere spietato e cruento, sarebbero di origine
etrusca. Gli antichi grammatici sostenevano che anche il nome di “lanista”,
conferito al capo dei gladiatori, derivava dall’etrusco. I primi cristiani, nel
denunciare le crudeltà degli anfiteatri, ricordavano che l’inserviente
incaricato di portare i cadaveri fuori dall’arena conservava nel suo costume e
negli attributi l’aspetto del demone etrusco Charun.
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