Homepage  Specchio Romano Chi Siamo Grandi Mostre Le pagine in PDF Gli Articoli Specchio Etrusco Link & Banner Audio & Video Email

Una conferenza di Paolo Moreno alla Biblioteca "Alessandro Cialdi"

Colosso di Rodi e Apollo di Civitavecchia

Nella scultura romana rivive una delle Sette Meraviglie del mondo antico

di Cinzia Dal Maso

"Il Colosso di Rodi e l’Apollo di Civitavecchia" sono stati gli affascinanti argomenti della conferenza storico - archeologica tenutasi presso la Biblioteca Comunale "Alessandro Cialdi" di Civitavecchia. Relatore, il professore Paolo Moreno, docente di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana dell’Università Roma Tre. L’evento, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Civitavecchia, è stato preceduto dal discorso introduttivo di uno studioso di storia locale, Giovanni Massarelli.

Il professor Moreno ha illustrato le vicende che portarono, nel 304 a.C., il popolo rodio a decidere di innalzare al Sole, suo protettore, una statua di bronzo talmente grande (sembra fosse alta oltre 30 metri) da diventare una delle sette meraviglie del mondo. L’artista prescelto per assolvere ad un compito così arduo fu Carete, allievo di Lisippo. Come ha spiegato Moreno, "Carete avrebbe eseguito sul posto la fusione, secondo sezioni orizzontali progressive delle membra e del corpo". La ciclopica impresa fu realizzata con l’impiego di grandi terrapieni, innalzati sempre di più per raggiungere le nuove parti da fondere e fu terminata nel 293 a.C.

Nel 228 a.C. un tremendo terremoto scosse l’isola di Rodi: il Colosso crollò miseramente al suolo, coinvolgendo molte case nella sua rovina. Alcuni secoli più tardi, Plinio ne vide i frammenti sparsi al suolo: "prostrato dal terremoto, anche così adagiato il Colosso è oggetto di meraviglia. Pochi riuscirebbero ad abbracciarne l’alluce, e le dita della mano sono più grandi di tante statue: immense cavità si spalancano nelle membra infrante. Dentro si scorgono massi di grande mole. Con il loro peso Carete aveva cercato di dare stabilità al Colosso al momento della costruzione".

Secondo la testimonianza di uno scrittore bizantino, Giovanni Malalas - continua Moreno – Adriano volle rialzare il Colosso, "che giaceva a terra da 342 anni, senza che se ne fosse persa alcuna parte, consumando trecentomila sesterzi in macchine, impalcature e mano d’opera per ricomporlo e rimetterlo al suo posto". Saranno poi gli arabi, in pieno medioevo, a distruggere l’immensa statua, per impadronirsi del bronzo, venduto, secondo le fonti, a un ebreo della città siriana di Emesa.

Ebbene, al tempo di Adriano, proprio quando il Colosso sarebbe stato rimesso in piedi, il proprietario di una villa sul litorale di Santa Marinella, nei pressi dell’antica Pyrgi, si procurava una riproduzione del monumento, una sorta di costoso souvenir in marmo di Paro. La scultura, oggi al Museo Archeologico di Civitavecchia, raffigura un Apollo-Sole, dal volto giovanile. Paolo Moreno ne ha dato un’accurata descrizione nel I volume della sua "Scultura Ellenistica": "Le dimensioni sono naturali, ma con una forzata dislocazione della gamba destra all’indietro, intesa ad accrescere la superficie di posa della figura, oltre ogni esigenza narrativa...Il marmo di Civitavecchia conserva la faretra col relativo balteo e tracce dell’arco che il dio impugnava con la sinistra abbassata. Un Apollo-Elio, con tale armamento e la corona radiata, è noto da un rilievo ellenistico di Delo, e il Colosso è di per sé definito ‘idolo di Apollo’ nella versione delle ‘Sette meraviglie’ dovuta a Niceta".

Probabilmente la statua del Museo di Civitavecchia reggeva nella mano destra una fiaccola, trovata in due pezzi, che non è stato possibile ricomporre nel restauro della scultura, per la mancanza dell’attacco diretto con il corpo. Analogamente, il Colosso di Rodi innalzava una torcia, animata dal fuoco come il Faro di Alessandria o terminante con una fiamma dorata, che poteva essere vista addirittura dalla costa asiatica, a una decina di miglia di distanza.

Paolo Moreno ha anche presentato l’interessante testimonianza di una testa in terracotta custodita nei depositi del Museo Archeologico di Rodi. "Il moto del capo verso l’alto, il carattere di fresca giovinezza, la bocca semiaperta, le gote turgide, la palpebra superiore appena calata nello sforzo di guardare lontano, e i particolari della capigliatura fanno di questo bozzetto un esemplare ridotto della stessa immagine che conosciamo dalla statua di Civitavecchia". La terracotta rodia, però, conserva i fori in cui veniva inserita la raggiera a sette punte, attributo di Elio. "Probabilmente – ha concluso Moreno – nella scultura adrianea da Santa Marinella la corona era applicata in bronzo, lungo la linea che stacca tutt’intorno la parte inferiore della capigliatura, maggiormente animata, dalla calotta".

INDIETRO

© 2003 - Grafica e layout  sono di esclusiva proprietà di www.specchioromano.it