Attaccabrighe e spaccone, fu reso famoso nel Seicento dal Berneri
Una maschera romana: lo sgherro Meo Patacca
di Cinzia Dal Maso e Antonio Venditti

E’ una delle maschere del tradizionale Carnevale romano, che assomma in sé alcuni pregi e molti difetti di certi popolani trasteverini d’altri tempi: si tratta di Meo Patacca, un bullo attaccabrighe e spaccone, ma generoso e senza paura. Sempre pronto a venire alle mani e a gettarsi nelle risse, è un maestro nel tirare con la fionda, ma anche nel lanciare "serci", le caratteristiche pietre con cui sono lastricate ancora molte vie di Roma. Gli piace mettersi in mostra e fare discorsi in tono declamatorio con la sua parlantina sciolta, ma basta un nonnulla a farlo adombrare. "Prima te dò du' pizze, poi te spiego perché", ecco una frase che sembra condensare l’impulsività del suo carattere. Nel suo colorito romanesco usa ripetere alcune parole per dare loro maggiore forza. Il suo nome deriva dalla patacca, corrispondente a cinque carlini, che costituiva la misera paga del soldato. Porta giacca di velluto, fazzoletto al collo e calzoni stretti al ginocchio da legacci, con alla vita una sciarpa di colori sgargianti. In tasca tiene, durante il giorno, l’inseparabile coltello, che poi di notte mette sotto il cuscino. I capelli sono raccolti da una retina che ne lascia sfuggire un ciuffo. L’occhio è svelto e vivace, il colorito scuro.

Meo Patacca fu protagonista di numerose opere, a partire dal famoso poema in versi di Giuseppe Giuseppe Berneri (1637 - 1700) che prende il suo nome, scritto nel romanesco del Seicento, importante testimonianza del dialetto parlato a Roma in quel periodo e della vita del popolo. A fare da sfondo è una città completamente diversa da quella di oggi, in cui i giovanotti facevano a sassate in un luogo disabitato e un po’ fuori mano, il Campo Vaccino, ossia l’attuale area archeologica del Foro Romano.

Pubblicato nel 1695, narra le vicende dello sgherro popolano abile con le armi, che "mostrava un genio nobile" e "gran machine havé nel cocuzzòlo". Alla notizia dell’assedio di Vienna da parte dell’esercito ottomano guidato Kara Mustafa Pas, Meo decide di organizzare la sua personale spedizione in soccorso della città. La sua innamorata Nuccia, lo prega però tra le lacrime di non andare incontro a tanti pericoli. Intanto Calfurnia, una specie di maga, in collera con Meo, lo mette in cattiva luce con Nuccia e convince un altro sgherro, Marco Pepe, a sfidarlo a duello. Meo sconfigge il suo rivale e Nuccia picchia la perfida Calfurnia. Fervono i preparativi per la spedizione. L’esercito, composto di "sgherri arditi e scaltri", e fornito di armi e di insegne, sfila davanti al popolo e ottiene generosi aiuti dalla nobiltà romana. Alla vigilia della partenza, i due innamorati si riappacificano. Nella notte giunge, del tutto inaspettata, la buona notizia: non solo l’assedio di Vienna è stato tolto, ma gli austriaci hanno a loro volta assediato Buda. Nell’euforia generale, Meo Patacca avvia i festeggiamenti con fuochi e luminarie, grazie ai fondi ricevuti. Interessantissime sono le descrizioni dei vari punti della città, soprattutto via del Corso. "Più ch'in ogn'altro loco, assai gustosa / Rescì 'sta festa in una strada ritta,/Longa un miglio, et in Roma assai famosa;/ Pe' nominata antica, il Corzo è ditta./ Nel Carnevale è piena 'sta calcosa / Di gente così nobil, come guitta,/ A diluvio le maschere ce vanno,/ E la Curza, li Barbari ce fanno".

Gli unici a farne le spese sono gli ebrei, accusati malignamente di aiutare i turchi durante l’assedio di Buda: il ghetto viene saccheggiato.

Il poema si chiude con Nuccia e Meo che convolano a nozze. "Strilla dei sgherri allor la comitiva: eh viva sempre Meo Patacca, eh viva!".

I romani amavano particolarmente le commedie che avevano come protagonista Meo Patacca, il "capotruppa della gente sgherra", che lo videro trasformarsi nel tempo in un personaggio un po’ meno manesco e più riflessivo. Nel 1823 uscì la seconda edizione del poema del Berneri, arricchita da cinquantadue tavole incise da Bartolomeo Pinelli.

Nel 1835 al teatro Pallacorda veniva rappresentato "Un pranzo a Testaccio" o "Il matrimonio di Marco Pepe".

Il successo più grande, però, lo ebbe la riscrittura del poema del Berneri eseguita nell’Ottocento da due attori famosi, Filippo Tacconi e Annibale Sansoni: il titolo dell’opera era "Meo Patacca e Marco Pepe la crapetta", che andò in scena circa mille e cinquecento volte.

In tempi molto più vicini a noi, le avventure dell’intraprendente trasteverino sono diventate un film di Marcello Ciorciolini, interpretato da Gigi Proietti e Marilù Tolo (Nuccia).

Dell’argomento si parlerà a Nuova Spazio Radio (88.150 MHz), nel corso dell’Intervista possibile di "Questa è Roma", il programma ideato e condotto dalla professoressa Maria Pia Partisani, in onda ogni mercoledì dalle 13 alle 14 e in replica la domenica dalle 9.30 alle 10.30.

© 2003/2008  - Testo, foto, grafica e layout  sono di esclusiva proprietà di www.specchioromano.it

Copyright 2003-2010 © Specchio Romano