E’
una delle maschere del tradizionale Carnevale romano, che assomma in
sé alcuni pregi e molti difetti di certi popolani trasteverini
d’altri tempi: si tratta di Meo Patacca, un bullo attaccabrighe e
spaccone, ma generoso e senza paura. Sempre pronto a venire alle
mani e a gettarsi nelle risse, è un maestro nel tirare con la
fionda, ma anche nel lanciare "serci", le caratteristiche pietre con
cui sono lastricate ancora molte vie di Roma. Gli piace mettersi in
mostra e fare discorsi in tono declamatorio con la sua parlantina
sciolta, ma basta un nonnulla a farlo adombrare. "Prima te dò du'
pizze, poi te spiego perché", ecco una frase che sembra condensare
l’impulsività del suo carattere. Nel suo colorito romanesco usa
ripetere alcune parole per dare loro maggiore forza. Il suo nome
deriva dalla patacca, corrispondente a cinque carlini, che
costituiva la misera paga del soldato. Porta giacca di velluto,
fazzoletto al collo e calzoni stretti al ginocchio da legacci, con
alla vita una sciarpa di colori sgargianti. In tasca tiene, durante
il giorno, l’inseparabile coltello, che poi di notte mette sotto il
cuscino. I capelli sono raccolti da una retina che ne lascia
sfuggire un ciuffo. L’occhio è svelto e vivace, il colorito scuro.
Meo Patacca fu protagonista di
numerose opere, a partire dal famoso poema in versi di Giuseppe
Giuseppe Berneri (1637 - 1700) che prende il suo nome, scritto nel
romanesco del Seicento, importante testimonianza del dialetto
parlato a Roma in quel periodo e della vita del popolo. A fare da
sfondo è una città completamente diversa da quella di oggi, in cui i
giovanotti facevano a sassate in un luogo disabitato e un po’ fuori
mano, il Campo Vaccino, ossia l’attuale area archeologica del Foro
Romano.
Pubblicato nel 1695, narra le vicende
dello sgherro popolano abile con le armi, che "mostrava un genio
nobile" e "gran machine havé nel cocuzzòlo". Alla notizia
dell’assedio di Vienna da parte dell’esercito ottomano guidato Kara
Mustafa Pas, Meo decide di organizzare la sua personale spedizione
in soccorso della città. La sua innamorata Nuccia, lo prega però tra
le lacrime di non andare incontro a tanti pericoli. Intanto
Calfurnia, una specie di maga, in collera con Meo, lo mette in
cattiva luce con Nuccia e convince un altro sgherro, Marco Pepe, a
sfidarlo a duello. Meo sconfigge il suo rivale e Nuccia picchia la
perfida Calfurnia. Fervono i preparativi per la spedizione.
L’esercito, composto di "sgherri arditi e scaltri", e fornito
di armi e di insegne, sfila davanti al popolo e ottiene generosi
aiuti dalla nobiltà romana. Alla vigilia della partenza, i due
innamorati si riappacificano. Nella notte giunge, del tutto
inaspettata, la buona notizia: non solo l’assedio di Vienna è stato
tolto, ma gli austriaci hanno a loro volta assediato Buda.
Nell’euforia generale, Meo Patacca avvia i festeggiamenti con fuochi
e luminarie, grazie ai fondi ricevuti. Interessantissime sono le
descrizioni dei vari punti della città, soprattutto via del Corso. "Più
ch'in ogn'altro loco, assai gustosa / Rescì 'sta festa in una strada
ritta,/Longa un miglio, et in Roma assai famosa;/ Pe' nominata
antica, il Corzo è ditta./ Nel Carnevale è piena 'sta calcosa / Di
gente così nobil, come guitta,/ A diluvio le maschere ce vanno,/ E
la Curza, li Barbari ce fanno".
Gli unici a farne le spese sono gli
ebrei, accusati malignamente di aiutare i turchi durante l’assedio
di Buda: il ghetto viene saccheggiato.
Il poema si chiude con Nuccia e Meo
che convolano a nozze. "Strilla dei sgherri allor la comitiva: eh
viva sempre Meo Patacca, eh viva!".
I romani amavano particolarmente le
commedie che avevano come protagonista Meo Patacca, il "capotruppa
della gente sgherra", che lo videro trasformarsi nel tempo in un
personaggio un po’ meno manesco e più riflessivo. Nel 1823 uscì la
seconda edizione del poema del Berneri, arricchita da cinquantadue
tavole incise da Bartolomeo Pinelli.
Nel 1835 al teatro Pallacorda veniva
rappresentato "Un pranzo a Testaccio" o "Il matrimonio di Marco
Pepe".
Il successo più grande, però, lo ebbe
la riscrittura del poema del Berneri eseguita nell’Ottocento da due
attori famosi, Filippo Tacconi e Annibale Sansoni: il titolo
dell’opera era "Meo Patacca e Marco Pepe la crapetta", che andò in
scena circa mille e cinquecento volte.
In tempi molto più vicini a noi, le
avventure dell’intraprendente trasteverino sono diventate un film di
Marcello Ciorciolini, interpretato da Gigi Proietti e Marilù Tolo (Nuccia).
Dell’argomento si parlerà a Nuova
Spazio Radio (88.150 MHz), nel corso dell’Intervista possibile di
"Questa è Roma", il programma ideato e condotto dalla professoressa
Maria Pia Partisani, in onda ogni mercoledì dalle 13 alle 14 e in
replica la domenica dalle 9.30 alle 10.30.