Il Tempietto del Carmelo e il suo recente restauro

 

di Cinzia Dal Maso

Uno degli edifici più singolari del Ghetto di Roma è sicuramente la Casa in via Portico d’Ottavia fatta sistemare nel 1468 da Lorenzo Manili, come si legge sull’iscrizione con grandi caratteri di imitazione romana incisa sull’alta fascia di travertino che corre su tutta la larghezza del fabbricato. Sulla facciata sono inseriti frammenti marmorei antichi, tra cui quello di un sarcofago con un leone che azzanna un’antilope, di una stele funebre con 4 busti rinvenuta sull’Appia o l’iscrizione di un artigiano esperto nella lavorazione dell’ebano.

Sul fianco sinistro della casa si addossa una piccola, caratteristica costruzione semicircolare coperta a cupola, che il tempo e soprattutto l’incuria degli uomini stavano condannando a una sicura fine. Si tratta del Tempietto del Carmelo, innalzato nel 1759 da una famiglia di droghieri a protezione di un’immagine di S. Maria del Carmine, detta anche del Monte Libano, posta in una nicchia sulla casa di Lorenzo Manili, dove un tempo si tenevano le famigerate prediche coatte agli ebrei. Sul fregio si legge l’iscrizione: "Gloria Libani data est et decor Carmeli e Saron". Il Tempietto fu restaurato nel 1825, nel 1865 e nel 1892, come testimonia una lapide. Nulla resta del quadro della Vergine, che si intravede anche in un affresco di Achille Pinelli, né dell’altare su cui era posto.

Il monumento ha subito un lunghissimo periodo di abbandono e degrado. Fino a circa trent’anni fa il piccolo edificio era occupato da due ciabattini che avevano chiuso la settecentesca cancellata in ferro battuto con squallide lamiere e avevano innalzato all’interno dei tramezzi in muratura. Nel 2000, poi, era avvenuto il crollo della cupola di piombo, che aveva richiesto un intervento urgente. Le condizioni del monumento, però, richiedevano ben altre cure, a causa degli intonaci e degli affreschi aggrediti dall’acqua piovana e dalle piante infestanti.

Finalmente, nel 2004 la Soprintendenza ha deciso per un radicale restauro, sotto la direzione dell’architetto Arianna Cajano, che è costato 97 mila euro e si è da pochi mesi concluso. Le colonne di travertino sono tornate al loro caldo biancore originale, mentre sul soffitto si rivedono gli stucchi e le nuvole che circondano una Colomba dello Spirito Santo. Il pavimento è stato rifatto in marmo di Carrara e bardiglio, sulla base dei resti dell’originale.

Il Centro Dionysia per le Arti ha definito il monumento "simbolo di pace alle porte del Ghetto". L’ingresso principale al quartiere ebraico, infatti si trovava proprio in quest’area, nella piazza in cui c’erano sempre la trave per la punizione della corda e una casermetta con gli sbirri.

Attualmente all'interno del Tempietto sono sistemate le sculture di due giovani artisti, l'abruzzese Ivan Barlafante e il mozambicano Goncalo Mabunda.


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