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Walter Lazzaro e il Manifesto dell’Arte
Fu presentato nel 1956 in occasione dell’apertura della Fiera di Via Margutta
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di Annalisa Venditti
“La frattura tra pubblico e gran parte dell’arte contemporanea rischia sempre di
più di diventare incolmabile. Quelli che visitano le grandi mostre ufficiali
davanti a certi, troppo polemici, buchi su tela, fili di ferro, ferramenta,
sacchi sporchi o ritinti, ridono smarriti o restano demoralizzati”.
Così il 12 maggio del 1956, in occasione dell’apertura della Fiera di Via
Margutta, il pittore romano Walter Lazzaro (Roma 1914 - Milano 1989) descriveva
con cristallina semplicità l’“artistico” malessere che avvertiva in quei tempi
di forsennata sperimentazione. Era il “Primo Manifesto del Movimento
Poeti-Pittori”: una risposta coraggiosa che l’anticonformista Lazzaro lanciava
dalla Capitale a quanti in nome di un vuoto cambiamento avevano dimenticato la
liricità della creazione. “Oggi - leggiamo nel documento - accanto a troppo
poche autentiche opere d’arte si trovano opere mediocri e spesso opere brutte e
ci sia permesso di dirlo magari sottovoce, vicino a troppo puri valori formali,
si trovano anche troppo puri e nascosti interessi commerciali”. Quella che
Lazzaro ricercava era l’armonia della forma e dei contenuti: l’unica strada per
afferrare l’essenza pura di un’Arte in grado di riprodurre i “sensi” infiniti
della Realtà. Così, nelle sue tele, dopo gli anni giovanili delle “vedute”
romane, avevano iniziato a distendersi desolate spiagge e a comparire solitari
capanni in prossimità del mare. L’euritmia della composizione era data, allora,
dal lento, inequivocabile, linguaggio della Natura. Una “melodia” di albe
cristalline e di rossi tramonti che, pur nell’austerità del suo silenzio,
evocava i suoni di una vita palpitante, troppo spesso inascoltata. Il leggero
volo dei gabbiani, il distendersi al vento di tende colorate o la chiusa
immobilità di ombrelloni sulle marine costituivano i segni di un linguaggio
poetico, che da intima riflessione s’innalzava verso gli orizzonti di una
visione totalizzante del creato. E la presenza divina, immanente e inalterabile,
si percepiva nel puro incanto della raffigurazione: elogio di inestimabili
“apparizioni” celesti, immortalate dall’occhio ispirato dell’artista.
“Il giudizio del tempo, che è il solo giusto – spiegava Lazzaro nel suo
Manifesto - non è altro che il giudizio di molto pubblico che passa, e la voce
del pubblico non è altro che la voce dell’Eterno Umano. «Se sarai solo sarai
tutto tuo» di Leonardo sarà quindi il nostro primo comandamento (...) quanto al
secondo ed ultimo comandamento, i poeti-pittori e aderenti soci-amatori si
ritengono legati solamente da un credo: l’opera d’Arte deve parlare a tutti e
per prima. Il poeta-pittore sa che la grande opera d’arte, attraverso la
chiarezza del linguaggio e la carica magnetica della poesia, ha in sé
l’universalità e l’eterna contemporaneità, che la rende perennemente giovane e
di tutti i tempi”.
A chi gli diceva “questo manifesto sarà un buco nell’acqua!”, pare Lazzaro
rispondesse senza mezzi termini: “meglio nell’acqua che sulla tela!”.
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