Nel 1651 viveva a Trastevere, all'altezza dell'attuale ponte
Mazzini, una tale Giulia Toffana, palermitana, che godeva la poco invidiabile
fama di megera. La donna, infatti, possedeva la formula della "manna di San
Nicola", detta anche "acqua Toffana ", un veleno potentissimo, e assistita da
alcune complici, "spacciava l'arte sua per carità ", come riferisce un cronista
dell’epoca. In poche parole, Giulia, in mancanza del divorzio, liberava le mogli
da mariti violenti e brutali. A quanto pare, in pochi anni furono più di
seicento gli uomini eliminati col veleno della Toffana, inodore, insapore e
trasparente come l'acqua. Si preparava bollendo in una pentola nuova con mezzo
litro d’acqua due once di arsenico macinato e un pugno di piombo. Si otteneva
una pozione che, mescolata al vino o alla minestra, provocava vomito e febbri
altissime, conducendo a morte in una quindicina di giorni, un tempo
sufficientemente lungo per consentire ai malcapitati di pentirsi e prendere gli
ultimi sacramenti. Giulia avviò alla sua arte la figlia, Girolama Spera,
chiamata "l'astroliga della Longara", abile e riservata, non abbastanza, però,
per impedire di essere scoperta. Un giorno, infatti, una donna sposata a un
funzionario di polizia e tentata di eliminarlo con l’aiuto della Spera, si pentì
del suo proposito, raccontando tutto in confessione. Il sacerdote, prima di
assolverla, le fece promettere di denunciare il fatto alle autorità. La donna,
allora, chiese a Girolama di prepararle il veleno, facendole trovare gli sbirri
al momento della consegna. Il 5 luglio del 1659, l’astroliga e quattro ragazze
vennero impiccate a Campo de' Fiori, mentre più di quaranta complici furono
rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione, nei sotterranei di Palazzo Pucci a
Porta Cavalleggeri.