L’avvelenatrice di Trastevere

di Alessandro Venditti

Nel 1651 viveva a Trastevere, all'altezza dell'attuale ponte Mazzini, una tale Giulia Toffana, palermitana, che godeva la poco invidiabile fama di megera. La donna, infatti, possedeva la formula della "manna di San Nicola", detta anche "acqua Toffana ", un veleno potentissimo, e assistita da alcune complici, "spacciava l'arte sua per carità ", come riferisce un cronista dell’epoca. In poche parole, Giulia, in mancanza del divorzio, liberava le mogli da mariti violenti e brutali. A quanto pare, in pochi anni furono più di seicento gli uomini eliminati col veleno della Toffana, inodore, insapore e trasparente come l'acqua. Si preparava bollendo in una pentola nuova con mezzo litro d’acqua due once di arsenico macinato e un pugno di piombo. Si otteneva una pozione che, mescolata al vino o alla minestra, provocava vomito e febbri altissime, conducendo a morte in una quindicina di giorni, un tempo sufficientemente lungo per consentire ai malcapitati di pentirsi e prendere gli ultimi sacramenti. Giulia avviò alla sua arte la figlia, Girolama Spera, chiamata "l'astroliga della Longara", abile e riservata, non abbastanza, però, per impedire di essere scoperta. Un giorno, infatti, una donna sposata a un funzionario di polizia e tentata di eliminarlo con l’aiuto della Spera, si pentì del suo proposito, raccontando tutto in confessione. Il sacerdote, prima di assolverla, le fece promettere di denunciare il fatto alle autorità. La donna, allora, chiese a Girolama di prepararle il veleno, facendole trovare gli sbirri al momento della consegna. Il 5 luglio del 1659, l’astroliga e quattro ragazze vennero impiccate a Campo de' Fiori, mentre più di quaranta complici furono rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione, nei sotterranei di Palazzo Pucci a Porta Cavalleggeri.

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