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Unica l’équipe di artisti attiva al Quirinale e a Villa d’Este L’architettura dei giardini a Roma e Tivoli nel ‘500 Determinante fu il rapporto fra il committente, Ippolito II d’Este, cardinale umanista, e Pirro Ligorio, architetto classicista
Fra i grandi committenti italiani del XVI si inserisce a pieno titolo la figura di Ippolito II d’Este, il "Cardinale di Ferrara", noto ai contemporanei come "il più nobile per famiglia, per ricchezza, per alleanze... ". Nell’ambiente artistico romano veniva emergendo un architetto antiquario, Pirro Ligorio, napoletano, che legando il suo nome ad opere per il cardinale Ippolito ebbe modo di esprimere al meglio la propria erudizione umanistica. L’inizio del loro rapporto artistico è databile intorno al 1549. L’interesse per l’arte dei giardini trovò stimolo in Ippolito II nel desiderio che le sue ville fossero predisposte ad accoglierlo lussuosamente, come nei palazzi di città, con tutta la sua corte. Una concezione che aveva già manifestato a Fontainebleau, dove Sebastiano Serlio gli aveva fatto i disegni per una villa ricca di opere d’arte, visitata spesso dal re di Francia, testimoniata anche dai palazzi di Belfiore e di San Francesco a Ferrara e da quello a Monte Giordano a Roma. Furono probabilmente i giardini del Quirinale a fornire gli spunti per una ricerca di norme architettoniche per le due nuove ville del Cardinale, specialmente per quella contemporanea a Tivoli. Quale fossero l’estensione e le forme dei giardini sul Quirinale è difficile da stabilire con esattezza, ma attraverso i documenti di archivio e le piante dell’epoca se ne può avere un’idea approssimativa. Il 13 luglio del 1550 il cardinale Ippolito aveva preso in affitto sul Quirinale una vigna dei Carafa, con la condizione che gli eventuali abbellimenti apportati sarebbero divenuti proprietà dei locatari. Girolamo da Carpi fu l’artista che per primo si adoperò a trasformare questa semplice estensione di terreno in un giardino ricco di piante varie, ornato da numerose statue - molte delle quali antiche - e popolato da nicchie, templi, padiglioni con piante rampicanti. Nel 1560, in seguito all’annessione della grande vigna dei Boccacci, donata ad Ippolito da Pio IV (1559-1565), iniziò la trasformazione dell’intera proprietà, che arrivava fino all’attuale incrocio delle Quattro Fontane. Le sistemazioni consistevano in tre terrazzamenti che degradavano nell’odierna piazza della Fontana di Trevi. Pirro Ligorio, secondo il Vasari subentrato al Carpi, avrebbe attuato tali lavori, che comprendevano scalee ed una grande fontana ad esedra, ornata dalle statue delle nove Muse e di altri personaggi mitologici. Siamo dunque sia per la forma curvilinea, sia per i richiami mitologici, nella stessa visione architettonica e ornamentale che sarà maggiormente sviluppata nella Villa d’Este a Tivoli. C’è da pensare che le statue antiche provenissero dagli scavi che per conto del Cardinale Pirro Ligorio andava facendo a Roma e a Tivoli. In tal modo la Villa del Quirinale divenne uno degli esempi più illustri dello sfarzo della Roma papale per i mirabili artifici attuati e la base di partenza nella ricerca di equilibrio tra natura e creatività: concetti che troveranno larga applicazione nella Villa Tiburtina che in quegli anni Ippolito aveva cominciato a far costruire, cercando di dare ulteriore sfogo alla sua magnificenza. Sebbene la parte residenziale della Villa del Quirinale fosse alquanto modesta, la fama dei giardini, del grande viridario, dei viali ad incrocio, superava quella delle altre ville sul colle. Vi lavorarono, insieme con Pirro Ligorio, Giacomo della Porta, Curzio Maccarone, Giovanni del Duca, in parte gli stessi artisti che, come in una équipe attiva forse contemporaneamente a Roma e a Tivoli, troviamo anche a Villa d’Este, che sintetizza la geniale cultura del cardinale Ippolito e lo spirito creativo di Pirro Ligorio. La Villa tiburtina costituisce il traguardo della ricerca rinascimentale di un modello compiuto di giardino, dove la fantasia si fonde con l’erudizione. Con tale impresa era offerto a Pirro Ligorio il modo più ampio di manifestare liberamente il suo estro creativo permeato nello stesso tempo di tradizione e di anticonformismo. In questo influì particolarmente l’aver operato scavi e rilievi, per conto del Cardinale, a Villa Adriana; del resto lo studio e la ricerca delle "antichità " erano di prammatica per qualsiasi architetto rinascimentale e tanto più per Ligorio, che andava proprio in quegli anni raccogliendo i materiali per un suo vasto trattato sui monumenti antichi. Nella tematica decorativa della Villa si attenne al ricordo di un mondo mitico, fatto rivivere artificiosamente nella cultura classicista del ‘500. Nei giardini, precorrendo certe concezioni barocche, rivelò la sua abilità di scenografo, ricercando una visione ricca di motivi spettacolari. Per realizzare i giardini furono superate notevoli difficoltà di ordine pratico, quali il forte pendio del terreno e l’approvvigionamento idrico per le numerose fontane che rientravano nel quadro generale della composizione architettonica. Il primo problema venne risolto con una serie di terrazzamenti lungo il pendio, il secondo con la costruzione di un nuovo acquedotto, attribuito all’idraulico G.A. Galvani da Ferrara. L’enorme disponibilità d’acqua che ne risultò permise di farne l’elemento dominante, al cui effetto contribuiva la massa vegetativa, piegata e subordinata ad effetti scenografici. Per la prima volta nel giardino italiano l’acqua compare in grandi masse, sia cadenti che salienti, assumendo un valore compositivo e dinamico che sarà potenziato dal Barocco. Ma è ancora attraverso le fontane che il Ligorio manifesta la sua abilità di architetto antiquario, servendosi di forme curvilinee (Fontana dell’Ovato) e di composizioni scultoree (Fontana della Rometta). Con il Galvani abbiamo, oltre a quelli già ricordati, un altro artista operante tanto nella villa di Roma quanto in quella di Tivoli. In quest’ultima, malgrado le incompiutezze e le modificazioni, è facile risalire alla concezione generale che non trovò ostacoli alla sua libera realizzazione. Altrettanto non si può dire per la Villa del Quirinale, dove committente ed artisti dovettero tenere conto delle limitazioni poste dalla configurazione del terreno e dalle strutture preesistenti. Le radicali trasformazioni subite dal ‘600 in poi e le sommarie ed inesatte raffigurazioni nelle piante cinquecentesche non permettono una ricostruzione architettonica passibile di analisi e di confronto. |
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