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La tragica fine di Crescenzio Nomentano Ottone III lo fece torturare, decapitare e infine impiccare per i piedi
Potentissima fu la famiglia dei Crescenzi, proprietaria del primo castello militare della campagna romana, sorto a Nomento. Uno dei suoi più celebri membri fu Crescenzio, detto appunto il Nomentano, che negli anni più torbidi della storia di Roma oppose una strenua ed eroica resistenza al Sacro Romano Impero. L’imperatore Ottone III era giunto a Roma alla fine di febbraio del 998, trovandone le porte spalancate. Solo Crescenzio, con un manipolo di fedelissimi, era asserragliato a Castel Sant’Angelo, senza nessuna speranza di salvezza o di fuga. L’assedio alla tomba di Adriano trasformata in fortilizio iniziò subito dopo la domenica in Albis e Crescenzio resistette il più a lungo possibile. La sua fine è avvolta dalla leggenda. Probabilmente, ormai coperto di ferite, si arrese con la promessa di avere salva la vita. Il 29 aprile gli uomini di Ottone entrarono in Castel Sant’Angelo e, incuranti dei giuramenti, si slanciarono su Crescenzio. Secondo le cronache, gli strapparono gli occhi, gli mutilarono le membra, lo avvolsero in una pelle di vacca, trascinandolo per le vie cittadine, quindi lo riportarono al Castello, dove lo decapitarono e ne gettarono il corpo dagli spalti. In ultimo, come estremo insulto, lo impiccarono per i piedi insieme con dodici caporioni. Conosciamo anche il luogo della macabra impiccagione: un’altura sopra Ponte Milvio, dalla cui sommità i pellegrini provenienti dal nord vedevano la Basilica di San Pietro per la prima volta, sentendo balzare il cuore in petto per la felicità, e che perciò era chiamata Mons Gaudii, il Monte della Gioia. Dopo la morte di Crescenzio, però, i romani non riuscirono più a guardare quel posto se non con odio e disperazione e da allora lo chiamarono Monte del Dolore, ossia Mons Malus, nome conservato fino ai nostri giorni, nella corruzione popolare di Monte Mario. I Romani piansero a lungo il campione della libertà e furono in molti ad imporre il nome di Crescenzio ai figli, perché se ne mantenesse vivo il ricordo. Consapevoli che la sua fine dipendeva da un vile tradimento, vollero seppellirlo sul Gianicolo, nella chiesa di San Pancrazio, il martire frigio da sempre considerato il vendicatore degli spergiuri. Sulla suo tomba fu posto un epitaffio in latino, tramandatoci dal Baronio, la cui traduzione suona così: "Uomo, tu che sei verme, putredine e cenere, non cercare case d’oro. In questa angusta cassa è racchiuso colui che resse tutta Roma felicemente ed ora è raccolto in queste tenebre povero e piccolo. Bello nell’aspetto fu Crescenzio signore e duca, nato da stirpe inclita. Al suo tempo la terra bagnata dal Tevere fu potente, ma tornò chetamente sotto il Pontefice, perché, con triste gioco, la fortuna gli tolse i suoi favori e lo trascinò ad un’atroce fine. Chiunque tu sia che respiri aure di vita, spargi un lamento sulla sua sorte, rammentando che sei simile a lui". |
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