Si sviluppò dopo il IV secolo intorno alla basilica di Sant’Aurea

Il Borgo di Ostia Antica, gioiello rinascimentale

Nella chiesa era sepolta Monica, la madre di Sant’Agostino, morta nel 338, mentre attendeva di imbarcarsi per l’Africa

di Antonio Venditti

Il Borgo di Ostia Antica è un piccolo angolo tranquillo a pochi chilometri da Roma, racchiuso da un’alta cinta muraria. Si sviluppò intorno alla chiesa dedicata a Sant’Aurea, nobile fanciulla che subì il martirio ad Ostia insieme ad alcuni compagni, cristiani come lei, forse durante il regno di Claudio II il Gotico (268-270). I pochi dati tramandati sulla vita e la morte della santa sono dubbi e avvolti nella leggenda. Si ritiene che la donna, il cui nome greco era Cryse, facesse parte di un gruppo di pellegrini orientali diretti alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo e sbarcati ad Ostia, dove furono processati e giustiziati per essersi rifiutati di sacrificare agli dei. Aurea fu sepolta poco fuori le mura della città romana, in un necropoli divenuta in seguito cimitero cristiano. Sulla tomba fu ben presto eretta una basilica cimiteriale, che doveva già esistere alla fine del IV secolo, quando vi fu seppellita Monica, madre di Sant’Agostino, morta ad Ostia nel 388, mentre attendeva, con il figlio, il momento propizio per imbarcarsi e tornare nella nativa terra d’Africa. Sul sepolcro di Monica Anicio Auchenio Basso, console nel 408, fece porre un’epigrafe in versi, riportata da codici medioevali e di cui sono stati trovati due frammenti combacianti, una copia dei quali è conservata nella cappellina destra della chiesa, insieme ad un frammento della lapide di S. Aurea.

Quasi nulla resta dell’edificio paleocristiano, se si eccettua una colonnina spezzata del V secolo con inciso "S. AUR", rinvenuta nel 1950 nella zona dell’abside primitiva e posta ora presso l’altare maggiore, in funzione di sostegno per il cero pasquale. Saggi di scavo hanno accertato che la basilica originaria doveva sorgere nello stesso luogo dell’attuale, ma aveva orientamento opposto, con l’abside dove oggi è l’ingresso. Il pavimento della chiesa e tutta la zona circostante erano disseminate di sepolture. Una parte degli scavi è visitabile da una botola posta sul sagrato della chiesa. La fama delle tombe di S.Aurea e S.Monica richiamò numerosi pellegrini e spinse gli abitanti del suburbio a stabilirsi nei pressi, formando il primo nucleo del Borgo che lentamente succedette ad Ostia romana. I pontefici Sergio I (687-701) e Leone III (795-816) restaurarono ed abbellirono la chiesa, divenuta nel frattempo sede episcopale. Gregorio IV (827-844), trasformò il piccolo centro in una vera e propria città, munendola di mura, torri, macchine da guerra ed un fossato: sarà la Gregoriopoli, posta a presidio dell’ansa del Tevere, oggi non più esistente, a causa dell’alluvione del 1557, che cambiò il corso del fiume. La Gregoriopoli costituiva il primo baluardo contro le invasioni saracene e dalla sua saldezza poteva dipendere la sorte stessa di Roma.

Seguirono secoli difficilissimi per la cittadina, minacciata da pirati e saraceni ed assediata dalla malaria che infestava le zone circostanti. Nel 1150 il titolo episcopale veniva trasferito al cardinale suburbicario di Velletri. Quando, nel 1408, Ladislao di Durazzo sbarcò alla foce del Tevere per marciare alla conquista di Roma, aprì numerosi varchi nelle mura della Gregoriopoli, mettendo a ferro e a fuoco le sue case e - certamente - la sua chiesa. Nel 1430 Martino V Colonna, visto lo stato di abbandono in cui erano lasciate le spoglie di Santa Monica, le fece traslare nella chiesa di S. Agostino a Roma, dove si trovano tuttora.

Il Pontefice costruì nel Borgo un grande torrione, attualmente inglobato nel mastio della Rocca, al posto del lato occidentale delle mura, affacciato sul Tevere. Intorno alla metà del Quattrocento, intorno al torrione fu scavato un fossato. Dai "Commentari" di Pio II, che si era recato ad Ostia nel 1463, su invito del cardinale Guglielmo di Estouteville, veniamo a conoscere le condizioni di estrema desolazione in cui giaceva la chiesa. Sarà proprio il cardinale Guillaume d’Estouteville, vescovo di Ostia e Velletri, a promuovere la rinascita del Borgo, ricostruendo le mura e l’Episcopio, edificando un gruppo di case e facendo rifare dalle fondamenta S. Aurea, anche se la morte lo colse prima di riuscire a vederla finita. Fu il suo successore, Giuliano della Rovere, il futuro papa Giulio II, a portare a termine i lavori e a consacrare il Tempio. L’impianto rinascimentale è pervenuto pressoché intatto fino ai nostri giorni, nonostante alcune aggiunte ed abbellimenti, come il fonte battesimale seicentesco voluto dal cardinale Cybo, alla cui committenza si deve anche la tela sull’altare maggiore con il Martirio di S. Aurea, opera di Andrea Sacchi.

Altro monumento di rilievo del Borgo è l’Episcopio, il cui aspetto attuale si deve a Raffaele Riario, divenuto Vescovo di Ostia nel 1511. Il prelato fece costruire una nuova ala con un grande appartamento al primo piano, tra la dimora precedente, le mura e la chiesa. Finestre e porte della nuova fabbrica furono incorniciate in pietra e recano lo stemma dei Riario. L’appartamento fu decorato con eleganti fregi. Gli affreschi della grande sala centrale, imbiancata, si ritenevano perduti. Recenti restauri li hanno riportati alla luce. Si tratta di riquadri monocromi inseriti in una finta cornice architettonica e decorati con scene militari romane ispirate ai rilievi della Colonna Traiana. Sono attribuiti al Peruzzi, a Domenico Beccafumi e a Cesare da Sesto.

Particolarmente suggestiva è l’armoniosa fontana, con la vasca costituita da un sarcofago romano, che con il suo mormorio saluta i visitatori all’ingresso del Borgo.

Con la deviazione del corso del Tevere, dalla seconda metà del Cinquecento, la funzione di Ostia cessò e iniziò la sua progressiva, inarrestabile decadenza. Nell’Ottocento la zona, circondata da stagni paludosi, era infestata dalla malaria. La sua bonifica si deve ad alcune centinaia di braccianti ravennati, che arrivarono qui nel 1884 e lavorarono in condizioni veramente disagiate, in una città spettrale con pochi abitanti dai visi giallastri e malarici, cui un postino-custode della chiesa portava la corrispondenza una volta a settimana. Il lavoro e il sacrificio dei pionieri romagnoli sono ricordati da una lapide con il testo dettato da Andrea Costa, collocata sulla parte esterna delle mura.

INDIETRO

Copyright 2003-2010 © Specchio Romano