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Un gatto che amava gli dei nella casa romana di Goethe

di Annalisa Venditti

 

A volte i fatti più incredibili possono avere spiegazioni semplici e banali. Ma la suggestione, si sa, può giocare brutti scherzi. Così un insolito anedotto ambientato nella Roma del Settecento, con protagonista un suo illustre visitatore, il raffinato Wolfgang Goethe, non può che farci sorridere. Il poeta abitava in via del Corso, dinanzi a Palazzo Rondinini, a pochi passi da Piazza del Popolo, in una casa diventata oggi un museo, dove sono allestite mostre per ricordare il suo celebre ospite.

"Non ho potuto trattenermi dall’acquistare una colossale testa di Giove", confessava l’illustre letterato nel suo "Viaggio in Italia". "L’ho situata di fronte al mio letto ben illuminata per potergli subito indirizzare la mia orazione del mattino. E questo busto con la sua grandezza maestosa ha provocato la più allegra delle storielle. Abitualmente – continuava lo scrittore, con dovizia di particolari - quando la nostra vecchia albergatrice entra in camera per rifare il letto è seguita dal suo gatto fedele. Io ero in una sala e sentivo la donna che sbrigava le faccende nella mia camera. Ad un tratto vedo che apre in fretta l’uscio e commossa, contro la sua abitudine, mi chiama per dirmi di accorrere subito a vedere un miracolo. Alla mia domanda per sapere di cosa si tratta, mi risponde: ‘Il gatto sta adorando l’Eterno Padre!’. Ella dice di aver notato da un gran pezzo che questo animale ha intelligenza di un cristiano; ma che questa volta il miracolo è grandissimo".

Emozionato ed incuriosito da tanto inatteso clamore, Goethe ammetteva di essere accorso nella camera "per vedere con i propri occhi". In effetti lo spettacolo, piuttosto singolare, si prestava ad una certa meraviglia e tutto sommato ad un facile equivoco. Annotava Goethe: "il busto è collocato sopra un plinto elevato ed è tagliato molto al di sotto del petto, in guisa che la testa sporge in alto. Il gatto era saltato sulla tavola, aveva posato le zampette sul petto del nume, e gli presentava il musino distendendosi quanto poteva dritto fino alla santa barba che leccava con la più graziosa eleganza senza lasciarsi menomamente disturbare né dalle esclamazioni della padrona, né dalla mia presenza".

Ma il finale a sorpresa va, però, a vantaggio del felino, sicuramente più istintivo e scaltro dell’ingenua albergatrice. "Io lascio alla buona donna tutta la sua meraviglia e mi spiego la causa della strana devozione", concludeva il saggio Goethe. "Il gatto, dotato di un fine odorato, può benissimo aver sentito l’odore del grasso che era caduto dalla forma nelle affondature della barba e che ancora vi si trovava". Ecco spiegato l’insolito "afflato" mistico.

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