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Da Trastevere a Sanremo una vita per la canzone

di Annalisa Venditti

 

Di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale e Roma, la notte, era una città deserta e silenziosa: in alcuni punti, lontani dal centro, la circondava una campagna disordinata ed incolta. La storia è quella di un ragazzo trasteverino, poco più che quattordicenne, con tanto coraggio, buona volontà e, soprattutto, voglia di "sfondare". A cavallo della sua bicicletta, cantando qualche stornello, se ne andava quasi ogni notte alla fonte naturale dell’Acqua Acetosa, per riempire i boccioni che, prima dell’imbottigliamento della minerale, erano il privilegio delle mense "benestanti". Si chiamava Claudio Pica, era figlio di un calzolaio e di un’orlatrice ed aveva un grande sogno nel cassetto: diventare un cantante.

Così, tra amici, per scimmiottare gli artisti veri, quelli della radio e del palcoscenico, si divertiva a cantare con un microfono improvvisato, un vecchio bastone sormontato da un barattolo di latta. I genitori, antifascisti militanti, ben presto persero il lavoro e Claudio si arrangiò a vivere con vari mestieri. Ma la fortuna, un giorno, bussò alla sua porta. La madre, la mattina presto, andava a pulire le sale dei cinema-teatro, un lavoro umile e dignitoso che consentiva la sopravvivenza della famiglia. All’Ambra Jovinelli, la signora Ulpia, così si chiamava la madre di Claudio, suggerisce al proprietario il nome del figlio, "che cià ‘na voce come ‘n usignolo", per un concorso musicale dedicato ad artisti emergenti. E’ il trampolino di lancio. Claudio trionfa. Il figlio di Peppe Jovinelli riconosce nel ragazzo un grande talento, ma un solo problema: il cognome. Pica non va bene, è troppo cacofonico e popolare: meglio Villa.

Nasceva così una delle stelle della canzone romana e del "bel canto all’italiana", un personaggio sanguigno, spesso criticato ed al centro di aspre polemiche, che tuttavia non gli rubarono mai l’affetto dei suoi fan.

La sua proverbiale schiettezza l’accompagnò sin dalle prime battute della sua carriera. Racconta Giancarlo Governi, allora presentatore radiofonico, che per movimentare un po’ una trasmissione lo aveva chiamato dicendo: "Ebbene, cosa ci canti?". Per nulla spiazzato da questa "novità" (al tempo i conduttori si limitavano a presentare il titolo della canzone e gli autori), Claudio rispose in diretta: "Ma a te che te ne frega, scusa?".

Fino al 9 marzo, il Museo di Roma in Trastevere (Piazza S. Egidio 1), dedica al "reuccio" un’interessante mostra, significativamente intitolata "Il romanzo di una voce". L’esposizione, organizzata dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, ripercorre attraverso diverse testimonianze, fotografie, immagini televisive, film, riviste e quotidiani la vita privata e pubblica del grande cantante, prematuramente scomparso. Una ricca documentazione, selezionata da Gianni Borgna e Giancarlo Governi, per mettere in luce il carattere controverso, ma allo stesso tempo generoso di un uomo e di un artista venuto dalla strada e che sulla sua tomba chiese espressamente fosse scritto: "Vita sei bella, morte fai schifo".

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