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Gli etruschi frustavano persino gli schiavi al suono del flauto

Una vita scandita dalla musica

Cacciavano attirando gli animali nelle reti con dolci melodie

di Cinzia Dal Maso

"Un racconto, frequentemente ricordato dagli etruschi, vuole che presso di loro si catturino i cinghiali e i cervi non solo con reti e con cani, come si fa di solito, ma con l’aiuto della musica. Dispongono reti e altri arnesi da caccia e tendono trappole alla selvaggina; ecco che balza fuori anche un flautista di talento, che cerca di emettere le melodie più armoniose e fa risuonare tutto ciò che c’è di più dolce nell’arte del flauto; nel silenzio e nella pace generale questa musica giunge sulle rive, nelle vallate e in fondo alle foreste e il suono penetra in tutti i nascondigli e in tutte le tane degli animali. Questi inizialmente si stupiscono ed hanno paura; poi il puro e irresistibile piacere della musica si impadronisce di loro e quando ne sono affascinati scordano i loro piccoli e le loro tane. Sebbene gli animali non amino allontanarsi dal luogo natio, come trascinati da qualche incanto, sotto il fascino della melodia, si avvicinano e cadono nelle reti dei cacciatori, vittime della musica". Questo brano della "Storia degli Animali", scritta da Eliano nel II secolo d.C., testimonia quale importanza avesse nella vita degli etruschi la musica: scandiva ogni momento della giornata: regolava i movimenti dei danzatori, rallegrava i banchetti, accompagnava i canti e spronava i soldati negli assalti e nei combattimenti. Fin qui niente di strano. Già Aristotele, però, si meravigliava del fatto che gli etruschi esercitassero il pugilato, cucinassero e frustassero i servi al suono del flauto. Su una delle pareti della Tomba Golini I di Orvieto è dipinto un uomo seminudo, impegnato a pestare in un mortaio con movimenti ritmici e armoniosi, scanditi dalla musica. Gli etruschi suonavano anche lire e cetre a sette o più corde, quali si vedono nelle pitture di Tarquinia del VI e del V secolo a .C., ma amarono soprattutto il flauto, nelle forme più disparate, con la netta prevalenza di quello doppio con due imboccature. I romani, che furono debitori agli etruschi di molte loro usanze, ancora all’epoca di Cesare conservavano una curiosa consuetudine sulla cui origine non ci dovrebbero essere dubbi: alcuni sontuosi banchetti venivano serviti, invece che nelle tradizionali sale da pranzo per l’inverno o per l’estate, in padiglioni innalzati in parchi ricchi di selvaggina. In un momento stabilito, usciva un attore ingaggiato apposta, vestito con un costume teatrale da "Orfeo", il mitico ammaliatore delle fiere. Soffiando in un corno, emetteva un suono melodioso, che faceva accorrere a frotte caprioli e cinghiali ammaestrati.

I romani facevano venire dall’Etruria i "subulones", incaricati di precedere i sacrifici suonando il flauto. Narrano le fonti che un giorno, sullo scorcio del IV secolo a.C., ritenendosi offesi per essere stati privati di un banchetto tradizionalmente offerto loro sul Campidoglio, si ritirarono a Tivoli, rifiutandosi di concedere le loro prestazioni. La situazione era preoccupante, dal momento che la "ribellione" impediva di fatto di celebrare sacrifici. Il Senato decise di ricorrere a un sotterfugio: alcune famiglie tiburtine li invitarono a pranzo nelle loro case, dove li fecero lautamente mangiare e soprattutto bere, naturalmente accompagnando il pasto con la musica. Quando, completamente ubriachi, si addormentarono, vennero caricati su dei carri che li riportarono a Roma. Si svegliarono nel Foro, dove vennero riconfermati tutti i loro privilegi, particolare che li convinse a riprendere il loro posto.

Anche la musica militare romana deriva da quella etrusca. La famosa "tyrrhenica tuba" era una tromba diritta terminante a padiglione, mentre nelle raffigurazioni dei cortei dei magistrati si notano trombe dall’estremità curva, molto simili a quelle degli àuguri.

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