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Con il passare del tempo, venne accostato allo Zeus greco

Tin, il dio folgoratore degli Etruschi

Poteva lanciare tre fulmini, uno dei quali con effetti devastanti

didascalia: Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, statuetta in bronzo di Tin

di Cinzia Dal Maso

Il 15 novembre del 1553, durante i lavori per la costruzione di un nuovo bastione presso la porta di San Lorentino, ad Arezzo, tornò alla luce uno splendido bronzo etrusco, databile tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., raffigurante la Chimera, il mitico mostro sconfitto da Bellerofonte, con corpo e testa di leone, coda di serpente e una protome di capra in mezzo alla schiena, la cui bellezza non mancò di procurare una forte emozione anche in un artista come Tiziano. Sulla zampa anteriore destra, la belva reca l’iscrizione "tinscvil", che permette di identificarla come un dono votivo a Tin, la più importante divinità degli etruschi.

Secondo le loro credenze religiose, la volta celeste, segnata dai punti cardinali, era divisa in 16 parti, in ognuna delle quali risiedeva un dio. Tin, o Tinia, in un secondo tempo paragonato allo Zeus greco, aveva sede a nord, per cui erano ritenuti molto significativi i presagi provenienti da questa parte del cielo. Era venerato in tutte le città etrusche come Signore degli dei. I lucumoni portavano la sua corona, la sua tunica e la sua toga nelle processioni solenni. Gli era consacrato il giorno centrale del mese, con il nome di Idus.

Nelle statuette votive e nelle immagini cultuali, Tin viene spesso rappresentato come un uomo maturo e con la barba, ma talvolta assume un aspetto giovanile e imberbe, come nella statuetta bronzea conservata nella sala del Biscione del Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, il cui il dio è completamente nudo. Molto simile a questa è la statuina bronzea di incerta provenienza, databile al IV secolo a.C., che si trova nell’Antiquarium del Museo di Villa Giulia. Suo attributo è la folgore, di forma variabile. Si distinguevano, infatti, tre diverse specie di fulmini da lui scagliati. Può tenere in mano anche uno scettro, talvolta simile a un tridente. Tre altari dedicati a Tin, rinvenuti a Orvieto e Bolsena, sono attraversati da un foro che collega il loro piano superiore con il terreno sottostante. Dal V al III sec. a.C. Tinia viene raffigurato con una corona di foglie sui capelli.

Per la religione etrusca, le divinità manifestavano agli uomini il loro volere scagliando folgori sulla terra; stando a Seneca, solo nove degli dèi potevano lanciare i fulmini. Tinia ne aveva a disposizione di tre tipi. Il primo a venire lanciato, per avvertimento, era il "fulmen praesagum", cui poteva seguire quello "ostentorium", che impauriva. Il terzo fulmine, quello "peremptorium", aveva un effetto devastante, ma Tinia, prima di lanciarlo doveva chiedere consiglio agli dèi Superiori e Involuti, misteriose divinità di cui non si conosceva né il nome né il numero.

Molti dovevano essere i luoghi di culto in cui il dio era venerato, come testimoniano gli altari e le iscrizioni dedicatorie rinvenute a Orvieto, Bolsena, Tarquinia e nel territorio di Ferento.

Plinio tramanda la notizia di una statua di culto di Tinia-Juppiter, scolpita in un unico tronco di vite, che si doveva trovare a Populonia.

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