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Gli specchi etruschi erano decorati da incisioni o da rilievi

Piccoli capolavori per riflettere

Vi erano raffigurati personaggi mitici e bellissime dee

di Cinzia Dal Maso

Lo specchio può considerarsi il più fedele alleato della bellezza femminile e al tempo stesso il banco di prova dove scoprire la prima ruga e i segni del tempo che impietoso avanza. Anche le nostre progenitrici etrusche non potevano fare a meno di scrutarne la superficie, controllando il proprio aspetto e – magari – la tenuta del trucco o di una sofisticata acconciatura. Come erano, però, gli specchi etruschi? Certo un po’ diversi da quelli attuali. Non avevano lo strato di vetro che ci è familiare, ma erano completamente di metallo, bronzo o argento. Avevano forma più o meno rotonda ed erano muniti di un pratico manico per reggerli in mano. La parte posteriore era decorata da finissime incisioni o a rilievo, mentre la parte anteriore, tirata perfettamente a lucido, serviva a riflettere il viso. La zona decorata era circondata quasi sempre da eleganti cornici di vario tipo: lisce, a onda, a tralcio d’edera o di vite, con corona d’alloro, a corona di spine, a treccia, con fiori di loto o con palmette, con motivi geometrici, con figure animali o con composizioni vegetali. I temi trattati nelle incisioni o nei rilievi sono molto vari, per lo più di carattere mitologico, ma anche relativi alla vita quotidiana. La loro scelta, naturalmente, fu influenzata dal fatto che gli specchi erano destinati ad un pubblico femminile. Le due divinità del pantheon greco-etrusco più frequentemente raffigurate sono Menrva e Turan. La prima può essere accostata all’Athena dei greci, anche sugli specchi non è mai una dea guerriera, ma la protettrice dei matrimoni e delle nascite. Turan si può assimilare alla greca Afrodite: è la signora della bellezza, dell’amore e della fecondità. Una delle scene preferite dagli incisori di specchi è il giudizio di Paride, in cui Turan risulta, come si sa, vincitrice. Un buon numero di attestazioni hanno anche Uni (Giunone per i romani), Thesan (l’Aurora) e Artumes (Artemide). Nelle località dell’Etruria meridionale costiera, strettamente legate al mare, come Tarquinia e Cerveteri, sugli specchi appaiono spesso figure legate al mondo marino.

Sono state le necropoli a conservarli per tanti secoli e poi a restituirli in grandi quantità. Facevano parte del corredo funerario: una mano pietosa li aveva posti vicino ad una persona cara defunta, affinché potessero servire a consolarla e in qualche modo a rallegrarla nel mondo completamente incognito dell’aldilà.

I primi esemplari compaiono nella prima metà del IV secolo e le loro incisioni rivelano uno "stile fiorito", molto elaborato sia dal punto di vista del disegno che dell’iconografia. I pezzi più belli si datano tra la seconda metà del IV e gli inizi del III secolo a.C. Più modesti e sciatti appaiono gli esemplari della seconda metà del III sec. a.C., eseguiti in serie, sui quali ricorrono figure di Lase e Dioscuri, in una semplificazione che sfocia nella sclerotizzazione degli schemi decorativi. Si scelgono, così, personaggi fissi adattandoli alla semplice funzione di riempitivi dello spazio a disposizione.

Per chi voglia vedere da vicino degli specchi etruschi, una tappa d’obbligo è il Museo di Villa Giulia. Alcuni, però, sono esposti nelle vetrine del primo piano del Museo di Civitavecchia.

Una forma particolare avevano gli specchi di Praeneste, piuttosto allungati e con il manico fuso direttamente con la parte principale. Il Museo Archeologico Nazionale Prenestino ne possiede una bella collezione. Su uno è rappresentato un sileno che corre in preda all’estasi con nella mano sinistra un tirso, l’asta aculeata attorcigliata di edera e pampini, caratteristica di Dioniso e dei suoi seguaci. Lo accompagna una pantera, animale immancabile in un corteggio dionisiaco. Su un altro specchio si vede una testa di Athena, dal cui elmo fuoriescono ciocche svolazzanti di capelli. La divina figlia di Zeus, uscita – secondo il mito – già adulta e armata di tutto punto dalla testa del padre, personificava non solo il valore guerriero, ma anche la saggezza e la prudenza. Forse un omaggio all’avvenenza della proprietaria era lo specchio con inciso il giudizio di Paride, il troiano chiamato a stabilire chi fosse la più bella tra le dee: Era, Athena o Afrodite. Il poveretto scelse Afrodite, inimicandosi per sempre le altre due. Il premio che ricevette dalla vincitrice, poi, non gli portò che guai. La dea dell’amore, infatti, lo fece invaghire, ricambiato, della donna più bella del mondo, Elena, che però era già sposata a Menelao, principe acheo. Il bel Paride la rapì, provocando nientemeno che la guerra di Troia.

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