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Il “Sarcofago degli Sposi” di Cerveteri mostra la condizione femminile
Le etrusche, donne in carriera
Colte e scaltre, sapevano aiutare i mariti nella scalata sociale
 

di Cinzia Dal Maso

A Cerveteri furono trovati due straordinari cinerari in terracotta, detti “Sarcofagi degli Sposi”, uno al Louvre di Parigi, l’altro a Roma, al Museo di Villa Giulia. Quest’ultimo è il più bello dei due, il più naturale, anche nella voluta stilizzazione ionica. Risale alla seconda metà del VI secolo a.C. ed è in grado di fornire preziose informazioni sul ruolo della donna nella società etrusca. Due coniugi sono raffigurati sdraiati sul letto conviviale in posizione di perfetta parità. Il marito, dal petto possente e muscoloso, appoggia affettuosamente il braccio destro sulla spalla della consorte. I movimenti delle loro mani, che un tempo reggevano coppe e patere, per un’ultima libagione, si intrecciano in un gioco prezioso: le espressioni serene dei volti, i gesti pacati, ci parlano di un reciproco amore e, soprattutto, di un profondo rispetto. E’ evidente, anche dall’esame di pitture, statue, specchi ed altri oggetti, che la figura femminile abbia avuto nel mondo etrusco un posto elevato. La donna etrusca era tenuta in grande considerazione e aveva un ruolo di tutto rilievo nella vita quotidiana e sociale. Partecipava ai banchetti, come testimoniano le pitture delle tombe di Tarquinia, sdraiata sul letto con il suo compagno, di solito il marito. Assisteva a spettacoli e giochi. Presenziava a feste e cerimonie. I corredi funebri hanno rivelato che le etrusche potevano possedere oggetti lussuosi e raffinati, sui quali amavano far imprimere il loro nome personale e quello di famiglia. Ricevevano un’adeguata educazione e spesso erano in possesso di una buona cultura, che sapevano mettere a frutto. La storia romana ha tracciato i profili di etrusche scaltre e determinate, come la famosa Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, vera artefice della fortuna del marito, che spronò a salire sempre più in alto. Tito Livio riferisce che era stata capace di interpretare esattamente un prodigio celeste quando, sul Gianicolo, un’aquila aveva tolto e poi rimesso il copricapo sulla testa del marito.
Ai greci, soprattutto agli ateniesi, abituati a chiudere le loro donne in casa, nel gineceo, da cui potevano uscire praticamente solo per partecipare alle processioni o ai funerali, tanta libertà doveva apparire scandalosa e rivoluzionaria. In un passo di Aristotele (IV sec. a.C.) si può cogliere le sdegno di chi era abituato da ammettere ad un banchetto solo etére o schiave: “gli etruschi banchettano con le mogli, sdraiati sotto la stessa coperta”. Teopompo, sempre nel IV sec. a.C., riferendo l’opinione di un altro storico, Ateneo, ricordava malignamente che le donne etrusche “hanno molta cura del loro corpo, spesso fanno ginnastica con gli uomini” e non ritenendo “riprovevole mostrarsi nude, banchettando non accanto ai loro mariti ma a chi capita, bevono alla salute di chi vogliono”. Aggiungeva ancora che per gli etruschi “non è riprovevole essere visti mentre si abbandonano pubblicamente ad atti sessuali” e che alla fine di riunioni sociali o familiari i servi facevano entrare cortigiane, bellissimi giovani e talvolta le loro mogli, con cui lasciarsi andare a vere e proprie orge.
Plauto, nella “Cistellaria”, sostiene che le fanciulle etrusche solevano prostituirsi per farsi la dote. Si tratta probabilmente dei giudizi distorti di chi non riusciva a comprendere un comportamento diverso da quello cui era abituato. Non bisogna poi dimenticare che Teopompo, il maggior detrattore delle donne etrusche, era ritenuto fin dall’antichità la lingua più velenosa della letteratura greca, al punto che Cornelio Nepote lo definiva “maledicentissimus”.
Le donne etrusche, invece, godendo di un certo potere, riuscirono spesso utili a mariti e figli, come Urgulania: ambiziosa ed efficiente, amava organizzare le carriere degli uomini di casa. La sua parente Urgulanilla sposò un nipote di Livia (moglie di Augusto), timido e malaticcio, che – contro ogni previsione – divenne imperatore. Claudio, questo era il suo nome, fu un etruscologo eccezionale. Le amicizie ed i legami della moglie gli permisero l’accesso ad archivi privati riservatissimi, che gli servirono a scrivere in greco forse la più completa storia degli etruschi, “Tyrrhenikà”, in venti volumi, la cui perdita è una lacuna incolmabile per la conoscenza di un popolo così vicino per costumi al mondo occidentale moderno.

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