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E’ scritta da destra verso sinistra, in un alfabeto di tipo greco

La lingua etrusca: nessun mistero

Purtroppo i testi lunghi e articolati sono veramente pochi

di Cinzia Dal Maso

Si datano al VII secolo a.C. i primi documenti di quella lingua etrusca che, se per alcuni aspetti rimane ancora oscura, non può essere certo considerata un mistero. Scritta in un alfabeto di tipo greco, solitamente da destra a si­nistra, è per noi perfettamente leggibile, fino dal 1700, quando gli eruditi riuscivano perfino a tradurre al­cuni dei testi meno difficili. Anzi, siamo in pos­sesso addirittura di diversi “alfabetari”, di cui il più famoso è quello inciso su un bordo della tavoletta scrittoria d’avorio proveniente da una tomba di Marsiliana d’Albegna, oggi al Museo Archeo­logico di Firenze, del VII secolo a. C. e composto di 26 lettere. Altri due “alfabetari” sono su un’anforetta da Formello (Museo di Villa Giulia) e su un vaso a forma di galletto da Viterbo  al Metropolitan Museum di New York. Un vaso di bucchero a forma di bottiglia rinvenuto nella tomba Regolini-Galassi di Cerveteri, conservato ai Musei Vaticani, oltre ad avere un alfabeto inciso sulla base, presenta anche un “sillabario” sulla pancia. Tutti questi oggetti facevano parte di corredi funerari, per cui si ritiene che non avessero un uso semplicemente pedagogico, ossia riservato all’insegnamento della scrittura, ma che potessero anche avere un significato magico o sacro.

La vera difficoltà è la comprensione dell’etrusco, poiché rimane isolato tra le lingue co­nosciute, e non ha rapporti di parentela con nes­suna di loro. Ben poche sono le “glosse”, ossia le tradu­zioni di parole etrusche riferite da scrittori greci o romani, scarse le bilingui, testi in etrusco e in un altra lingua conosciuta, nella maggior parte dei casi brevissime e a carattere funerario. Nel 1964, nel corso degli scavi nel santuario di Leucothea a Pyrgi, sono ve­nute alla luce tre lamine d’oro, due in etrusco ed una in fenicio. Anche se il testo fenicio non è proprio l’esatta traduzione del più lungo di quelli etruschi, il loro senso analogo ha permesso un raffronto utilissimo per la conoscenza della lingua etrusca.

Risultati tangibili sono stati ottenuti dalla tenace pazienza degli studiosi, at­traverso l’analisi interna dei testi, con il metodo detto induttivo o combinatorio, mentre ancora di una certa utilità è la ricerca di quelle parole che il latino ha assorbito dall’etrusco, quali per esem­pio persona (da phersu), mundus (da munth) e di quelle radici o voci comuni tra le lingue indo­europee d’Italia e l’etrusco, dovute a contatti av­venuti in epoche più o meno remote.

Oggi quindi siamo in grado di comprendere pressoché perfettamente quasi tutti i testi in no­stro possesso, in gran parte semplici epigrafi fu­nerarie recanti il nome del defunto, la sua genealo­gia, talvolta gli anni della sua vita e nei casi più fortunati le cariche pubbliche da lui eventualmente rivestite. Anche le epigrafi votive non vanno quasi mai oltre il nome del dedicante, quello della divi­nità, e qualche altro scarno elemento: per questo assumono grande importanza i testi più lun­ghi ed articolati, come quello sulle bende della Mummia di Zagabria. Si tratta di un rotolo (vo­lumen) di tela contenente un calendario religioso, che, giunto chissà come in Egitto, venne tagliato a strisce per avvolgere la mummia di una donna. Riavvicinando tra loro le strisce, si ottiene un testo di ben 1200 parole. Ancora a carattere re­ligioso è l’iscrizione incisa a righe alternativa­mente rovesciate sulla «tegola di Capua» (V-IV secolo a. C.), mentre circa 50 parole, formule magiche di maledizione, sono sulla laminetta plum­bea di Campiglia Marittima. Tra le iscrizioni a carattere funerario la più lunga è senz’altro quella sul rotolo tenuto in mano da Laris Pulena, scol­pito sul coperchio del suo sarcofago, che fa bella mostra di sé al pianterreno del Museo Na­zionale Tarquiniese di Palazzo Vitelleschi. In 59 parole, viene tracciato un vero e proprio “cursus hono­rum” del defunto, ossia l’elenco delle cariche religiose da lui rivestite.

Purtroppo, come scriveva Massimo Pallottino, nonostante i progressi fatti dagli studiosi, “rimarrà probabilmente sempre la incolmabile lacuna dell’assenza di testi letterari: lacuna che ci preclude la possibilità di conoscere l’etrusco come le altre lingue del mondo classico”. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire. Pallottino sperava, e noi con lui, in un miracolo: il ritrovamento “di un’opera letteraria o comunque di un lungo testo redatto in etrusco sopra un papiro dell’Egitto tolemaico e romano o sopra un papiro conservato nella biblioteca di una casa di Ercolano. Sappiamo che in Egitto esisteva una colonia di oriundi etruschi; e nulla vieta d’altro canto – neppure la ragione cronologica – che un dotto campano possa aver posseduto tra i suoi libri, sia pure per curiosità, un volume originale etrusco”. E allora, continuiamo a sognare a occhi aperti, magari incrociando le dita....

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