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Dedicato a Minerva, vi si praticava un culto oracolare Il santuario di Punta della Vipera I fedeli erano soprattutto agricoltori e pescatori Poco a nord di Santa Marinella, all’altezza del km. 66 dell’Aurelia, si trova una località nota con il curioso nome di Punta della Vipera. Qui nel 1964 – presso la foce del torrente Marangone - è stato trovato da Mario Torelli un piccolo santuario rurale etrusco, connesso, con molta probabilità, al vicino abitato arcaico della Castellina, posto su un’altura di circa 130 metri sul livello del mare. Il tempio, fondato tra il 540 e il 530 a.C. in una zona isolata prospiciente il mare, rimase in funzione, con alterne vicende, fino al I secolo a.C., subendo profonde ristrutturazioni alla metà del IV e del III sec. a.C., come provano le terrecotte oggi esposte nel Museo Nazionale di Civitavecchia.Il primo rifacimento fu probabilmente una conseguenza dell'incursione "piratesca" di Dionigi di Siracusa nel 384 a.C., che in quell’occasione saccheggiò anche il santuario di Pyrgi. Il secondo, invece, è stato messo in relazione con l'insediamento della colonia romana di Castrum Novum nel 264 a.C. Il tempio misurava sulla fronte 7,80 metri ed lungo 11,80 metri. Nel II sec. a.C. il frontone fu decorato da terrecotte architettoniche, forse realizzate da artisti ceretani, alcune delle quali sostituite agli inizi del I sec. a.C. Il tempio era circondato da un recinto sacro (temenos), che presentava sul lato orientale un piccolo portico, davanti al quale si trovava l'altare, dotato di un foro centrale per le libagioni (offerte sacrificali) perfettamente conservato. L’altare, parzialmente ricostruito, era del tipo a U con basamento modanato e accesso sulla fronte. Come si evince da alcune statuette e da iscrizioni graffite sulla base di vasi di bucchero, la divinità venerata nel santuario doveva essere Mnerva (la Minerva etrusca), cui ricorreva per implorare la guarigione da varie malattie, la fertilità, la protezione nel lavoro e durante i parti una comunità di agricoltori e pescatori (tra gli ex-voto erano anche ami di bronzo). I fedeli ricorrevano al santuario anche per porre domande ed ottenere oracoli. A questo proposito, di particolare interesse è stato il rinvenimento di un pozzo, dentro il quale erano stati gettati frammenti di terrecotte architettoniche, ceramiche e ossa. Tra questi oggetti sono state trovate due parti di una laminetta di piombo consumata dal tempo, recante una lunga iscrizione etrusca. Con caratteri minuti erano state incise su entrambe le facce circa ottanta parole, di cui solo quaranta leggibili. Anche se non è stato possibile interpretare tutte le parole contenute sulla laminetta, gli studiosi sono giunti alla conclusione che doveva trattarsi di un testo oracolare, risalente al VI o V secolo a. C. Nei pressi del recinto è stata anche scavata una ricca stipe votiva, che ha restituito ex voto anatomici, monete e vasi con iscrizioni, testimonianza dell'importanza e della popolarità di cui godette il luogo di culto tra il VI e il II sec. a.C. Intorno alla metà del I sec. a.C. il santuario giaceva in stato di abbandono e venne parzialmente occupato da una grande villa romana con muratura in opera reticolata, divisa tra parte rustica - ossia produttiva, che si insediò nell'area del portico del santuario - e residenziale, affacciata sul mare. Restano visibili un torchio e, semisommersa, una grande peschiera rettangolare con vasca centrale circolare, le cui aree – riservate a diverse specie di pesci - erano delimitate da muretti. Archi mettevano in comunicazione le vasche con il mare aperto. |
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