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I sacerdoti etruschi, maestri nell’interpretare la volontà divina

Aspettando un segno dal cielo

Gli Auguri hanno dato il nome a una delle più belle tombe di Tarquinia

di Cinzia Dal Maso

La vita e l’arte del popolo etrusco erano pervase da un profondissimo senso religioso, che ne condizionava in modo quasi ossessivo praticamente ogni azione. Interpretare la volontà degli dei era un assillo costante e costituì una vera e propria scienza, detta "disciplina", nella quale gli etruschi erano ritenuti dagli stessi antichi maestri insuperabili. Tutta la realtà, per loro, poteva essere spiegata da un complesso sistema di nozioni e precetti, che non ritenevano frutto di una mente umana, ma direttamente rivelati dagli dei. Racconta Cicerone che Tagete, misterioso essere sovraumano dalla figura di bambino e la saggezza di vecchio, sarebbe uscito un giorno dal solco di un aratro, in un campo nei pressi di Tarquinia, e avrebbe insegnato al popolo accorso a vederlo l’arte di esaminare le viscere degli animali sacrificati.

Il modo di interpretare i fulmini, invece, sarebbe stato svelato da una ninfa di nome Vegoia, cui si attribuivano anche le regole sul diritto di proprietà della terra.

La disciplina etrusca, tramandata oralmente per generazioni, fu codificata nei "libri haruspicini", con le norme per l’interpretazione delle viscere, nei "libri fulgurales", con la dottrina dei fulmini, e nei "libri rituales", con regole per la costruzione di città ed edifici, per ordinamenti civili e militari. Questi ultimi scritti comprendevano anche i "libri acheruntici" - per conoscere l’aldilà e i mezzi di salvazione – e gli "ostentaria", attraverso i quali interpretare i miracoli. In tal modo, la religione etrusca si differenzierebbe da quelle del mondo antico occidentale, avvicinandosi alle altre religioni rivelate: l’ebraica, la cristiana e la musulmana, anch’esse con i loro libri sacri ed ispirati, la Bibbia e il Corano.

Numerose testimonianze archeologiche, dalle pitture ai bronzetti, hanno tramandato l’abbigliamento dei sacerdoti etruschi, soprattutto quello degli aruspici, caratterizzato dalla foggia antiquata: Catone, nel II sec.a.C., diceva, con una punta di malignità, che non capiva come un aruspice riuscisse a non scoppiare a ridere incontrando un suo collega per strada. Il caratteristico copricapo, detto pileo, era realizzato con la pelle di un animale sacrificato e consisteva in una sorta di cilindro con un rigonfiamento all’altezza delle tempie e una strisciolina di cuoio a fermarlo sotto al mento, per impedirgli di cadere nel corso di una cerimonia, evento ritenuto di pessimo auspicio. La tunica era semplice, ma lo stesso non si può dire del mantello che la ricopriva, spesso ricavato dalla pelle di un animale immolato e fermato da una grossa fibbia di forma arcaica. Conosciamo anche i suoi "ferri del mestiere": il largo coltello sacrificale, detto "secespita" e la grande scure, la "dolabra". Una delle più belle tombe di Tarquinia è detta "degli Auguri" per due figure maschili dipinte ai lati di una finta porta, in posa solenne, vestiti di bianca tunica e mantello nero bordato di rosso, con ai piedi le caratteristiche calzature con la punta ricurva.

Il sacerdote etrusco si sentiva in mistico contatto con gli dei. Il cielo, lo spazio sacro per eccellenza, era scandito dai punti cardinali in quattro parti, ognuna divisa a sua volta ancora in quattro, per un totale di sedici zone: le sedi degli dei. Osservando il punto del cielo da dove arrivava un fulmine e il luogo della terra che ne era colpito, il sacerdote specializzato, detto augure, individuava la divinità che aveva mandato l’avvertimento ed il tenore dello stesso. Presso Piacenza è stato rinvenuto un oggetto veramente singolare: il modellino in bronzo di un fegato di montone (II sec.a.C.), probabilmente uno strumento didattico per una scuola di aruspici, con il bordo diviso in sedici parti ed anche l’interno scompartito in vari settori, ognuno con il nome di una divinità.

Persino nei secoli della più tarda antichità, negli anni bui delle invasioni barbariche, qualcuno continuò a sperare nell’efficacia dei riti etruschi. Narra Zosimo che, nel 408 d.C., quando Alarico stava per irrompere nella città eterna, un prefetto romano aveva ricevuto alcune persone provenienti dalla Tuscia, che gli garantivano di aver liberato la loro patria dall’assedio dei Goti suscitando una terribile tempesta grazie a cerimonie eseguite secondo la tradizione etrusca. Se avessero potuto esercitare pubblicamente le loro cariche rituali, avrebbero cercato di salvare anche Roma...Alla fine non se ne fece niente e, come tutti sanno, Alarico mise a ferro e a fuoco la città.

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