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Mangiavano comodamente sdraiati su letti coperti da stoffe ricamate

A cena con gli etruschi

I banchetti erano allietati da suonatori e danzatrici

di Cinzia Dal Maso

Certamente gli etruschi sapevano godere le gioie terrene. Secondo le parole del siriano Posidonio d’Apamea (II sec. a.C.), riportate da Diodoro Siculo, "si fanno preparare due volte al giorno una sontuosa tavola con tutto quello che contribuisce ad una vita delicata, sistemare sul letto coperte ricamate a fiori, disporre molto vasellame d’argento, con l’aiuto di molti servi, alcuni dei quali bellissimi, altri abbigliati con splendide vesti". La ricchezza dei banchetti è confermata dalle tante testimonianze artistiche pervenuteci, dai sarcofagi di Cerveteri alle pitture funerarie, ai bronzetti, alla ceramica dipinta. Queste abitudini dovevano destare stupore – e sicuramente anche invidia – presso greci e romani, molto più sobri e frugali, che consumavano un vero pasto, la cena, una sola volta al giorno. Il loro pranzo, molto sbrigativo, doveva consistere in qualche avanzo del giorno precedente. Un romano tutto d’un pezzo come Seneca, nonostante la sua posizione sociale di rilievo, lo consumava in piedi. In una tomba orvietana del IV sec. a.C., chiamata Golini I dal nome del suo scopritore, le pareti dipinte illustrano, con dovizia di particolari, l’aspetto della cucina di una casa signorile etrusca, con ben 11 servi indaffarati nella preparazione di un pasto. Sulla parete d’ingresso è raffigurata la carne ancora cruda: una lepre, un cerbiatto, alcuni uccelli e persino un bue intero, appesi al fresco, in una zona all’aperto contigua alla casa. Sulla parete vicina, un servo macellaio, con un grembiule intorno ai fianchi per non sporcarsi, taglia la carne con una grossa mannaia, per poi cuocerla sul fornello che ha davanti. Un uomo seminudo appare intento a pestare nel mortaio, con movimenti ritmici e armoniosi, accompagnati dal suono del flauto: la musica allietava ogni momento della vita etrusca, come riferisce anche Aristotele. Due cuochi sono di fronte a un fornello in muratura. Uno ha in mano una casseruola, mentre l’altro pone sul fuoco una grossa padella da frittura. Su quattro tavole rettangolari a tre piedi sono disposti in bella mostra mucchietti di focacce, una melagrana, succosi grappoli d’uva nera e alimenti vari. Un’elegante domestica, con corpino giallo, gonna ricamata e ricco mantello bianco bordato di porpora, invita un servo a prendere una delle tavole per portarla davanti ai convitati comodamente sdraiati sul letto. Il vino doveva "scorrere a fiumi" durante i festini: tre servi si affaccendano intorno alla tavola di legno su cui spiccano recipienti di ogni genere e misura, dalle piccole coppe alle caraffe di bronzo per versare le bevande.

I greci si meravigliavano che ai banchetti partecipassero anche le donne, molto spesso spose legittime, sdraiate in piena libertà sui letti conviviali insieme ai loro uomini. Le vesti multicolori, l’abbondanza di cibi e bevande, la presenza di musici e danzatrici, i numerosi servi che si vedono nelle pitture di Tarquinia, delineano un’immagine di fresca e spensierata gaiezza, un sereno abbandono ai piaceri della vita, a cui non sembrano esclusi nemmeno gli animali: cani, gatti, gallinacei e persino topi sono pronti a far piazza pulita dei rifiuti che vengono loro generosamente buttati sul pavimento.

Alcune immagini tradiscono un più forte abbandono sensuale, come nella tomba dei Leopardi (V sec. a.C.), in cui giovani con i neri capelli coronati di mirto hanno accanto bionde fanciulle vestite di ricchi mantelli multicolori. Uno di loro guarda negli occhi la sua compagna che gli carezza maliziosamente il petto nudo e le mostra con fare allettante un prezioso anello. Un altro giovane si volge repentinamente, attratto dal bel ragazzo completamente nudo che gli passa accanto con una brocca. Ancora a Tarquinia, la tomba del Triclinio, sempre del V sec. a.C., vede il banchetto di tre coppie rallegrate da giovani e fanciulle che danzano con movimenti leggiadrie sinuosi al suono del flauto e della cetra, in uno scenario naturale caratterizzato da stilizzati alberelli pieni di bacche, di cui si cibano ghiottamente variopinti uccelli colti nelle pose più disparate.

Non solo le vesti e le coperte ricamate degli etruschi avevano suscitato lo stupore un po’ sospettoso dei greci, ma anche il loro vasellame. Posidonio lo descrive come abbondante e vario e – forse esagerando un po’ – aggiunge che era d’argento. Ateneo ricorda che erano famose le loro "fiale placcate d’oro", piccole coppe usate per bere.

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