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Una conferenza di Marco Onofrio

Giuseppe Ungaretti e Roma

Roma, città inesauribile dal punto di vista culturale, ci riserva continue sorprese.

Lo sa bene Marco Onofrio che ha deciso di farla conoscere attraverso lo sguardo degli scrittori del Novecento, dedicando loro un ciclo di conferenze.

Il primo incontro, alla Biblioteca Vallicelliana, ha avuto come tema "Giuseppe Ungaretti e Roma". Il poeta era nato ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, ma quando nel 1922 andò a vivere a Roma la città entrò prepotentemente nel suo percorso biografico. Con le sue rovine la Capitale è memoria sintetica del mondo, delle nostre radici culturali. "Ma Ungaretti ne è attratto anche – ha spiegato Onofrio – per le sue origini etrusche. Poi, negli anni ’20 la natura intorno a Roma non era ancora stata distrutta dall’inurbamento ed era per alcuni versi intatta". E’ proprio a Roma che Ungaretti si realizza compiutamente come uomo (diventa padre), come intellettuale, come poeta e persino come insegnante. Frequentava il caffè Greco e il caffè Aragno. In quest’ultimo locale ebbe un’accesa discussione con Massimo Bontempelli, raccontata da Marco Onofrio con vivezza di particolari. La lite sfociò addirittura in un duello nella villa di Pirandello. Il poeta ne uscì lievemente ferito ma del tutto riappacificato con Bontempelli. "Ungaretti – ha continuato lo studioso – prese a frequentare l’ambiente artistico di quella che sarà poi chiamata la Scuola Romana e divenne anche critico d’arte, scrivendo introduzioni ai cataloghi di vari autori. Nel 1927, a causa dei suoi problemi economici, fu costretto a trasferirsi a Marino, dove visse l’ostilità del poeta locale Leone Ciprelli". Il Barocco romano – che per Ungaretti era la memoria della coscienza occidentale saltata in aria - lo affascinava e lo turbava al tempo stesso. Lo considerava il trionfo dell’effimero. Marco Onofrio ha letto alcuni versi e brani di prose, soffermandosi su descrizioni particolarmente evocative, come quella del Colosseo, "enorme tamburo con orbite senza occhi". Quando scrive "Mio fiume anche tu, Tevere fatale", si capisce che Roma è finalmente diventata la sua città. Ungaretti ne ha colto il più intimo segreto: Roma è l’arca febbrilmente superstite dei valori umani.

I prossimi incontri saranno dedicati a Pavese, Pirandello e Flaiano.

di Cinzia Dal Maso

07 novembre 2013

 

 

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