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La "Sofferenza" di Walter Lazzaro

La Memoria in un annullo

Le poste italiane hanno emesso, per il "Giorno della Memoria" 2013, un annullo speciale realizzato con un disegno dell’artista romano Walter Lazzaro, eseguito nel campo concentrazionario di Biala Podlaska (Polonia).

Tra il 1943 e il 1944, l’allora tenente dei Granatieri Lazzaro visse in prima persona, come ufficiale, l’atroce esperienza della deportazione.

Milanese d’adozione, era nato a Roma da una famiglia di artisti. Per tutta la vita si dedicò all’insegnamento e alla sua carriera d’artista. Celeberrime, dagli anni Sessanta in poi, sono le sue "Marine".

"Sofferenza" è il titolo del disegno scelto per questo particolare evento.

L’opera mette in rilievo l’indiscutibile capacità artistica del Maestro anche in condizioni estreme e diviene testimonianza indelebile di quel periodo storico.

I disegni, sopravvissuti al lager, vennero ritrovati qualche anno fa in un cassetto dello studio del pittore, morto alla fine degli anni ottanta per i postumi di un incidente stradale.

L’annullo è disponibile dal 28 gennaio presso lo Spazio Filatelia di Poste Italiane di via Cordusio a Milano ed è applicato su una particolare cartolina.

La stessa cartolina con l’annullo si trova anche presso l’Archivio Lazzaro in via Cenisio 50, sempre a Milano.

Lo Spazio Filatelia, in concomitanza, ospita fino al 9 febbraio la mostra documentaria "Biala Podlaska n. 55930", composta da lettere di corrispondenza tra "l’internato" e la famiglia e disegni che Lazzaro ha eseguito nei lager di Biala e di Norimberga Langwasser. Per sopportare il peso di una disperazione troppo grande il giovane pittore, identificato dal n. 55930, lasciava impressa sulla povera carta che aveva a disposizione l’immane tragedia di un’intera generazione. A Nürnberg Langwasser in cambio di un po’ d’acqua bollente, un cucchiaio di grasso e una patata Lazzaro offriva i suoi ritratti ai soldati tedeschi, firmandoli con uno pseudonimo perché – come spiegò – non voleva che "un domani, quando sarò famoso, questi possano acquistare valore commerciale. Non esiterebbero a disfarsene per denaro, mentre io li ho fatti per fame". Il campo desolato di quel concentramento disumano, reso ancor più surreale dall’insopportabile freddo invernale, è lo scenario in cui vanno inseriti i volti dei prigionieri con cui Lazzaro condivise quell’insaziabile solitudine. I pali di legno conficcati nel terreno, le reti metalliche, il filo spinato e i fossati erano tutto quello che si poteva vedere dalle squallide baracche di Biala dove si consumava il dolore della fame. "Non potevo più resistere alla fame che era diventata un tormento che non si può descrivere e non si può capire se non la si prova", ricorda ancora uno dei sopravvissuti. Così hanno la corona di spine sul capo i militari che Lazzaro consegna alla memoria dei posteri: occhi sgranati, atterriti, malinconici, ripiegati a contemplare un presente che annebbia la possibilità di una futura identità. Come in una funesta scena di Giudizio universale, attaccati alla rete, uomini fatti larve si accalcano a braccia aperte, lamentando un pasto che tarda a venire.

Le immagini e le lettere non necessitano di commento alcuno. Comunicano da sole, nella loro intensa drammaticità, per giungere immediatamente alla ragione e al cuore del visitatore e divengono monito per l’umanità.

di Annalisa Venditti

30 gennaio 2013

 

 

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