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E’ stata demolita nel 1904 per ingrandire piazza del S. Uffizio

Porta Cavalleggeri nelle mura Leonine

"Ma cosa si sono messi in testa? Porta Cavalleggeri?". Questo modo di dire oggi poco usato serviva a stigmatizzare gli illusi, coloro che avevano pretese eccessive rispetto alle proprie possibilità. Per conoscerne le origini dobbiamo risalire al 30 aprile del 1849, quando il generale francese Oudinot tentò per la prima volta di espugnare Roma – dove era stata proclamata la Repubblica – per restituirla al Papa. Una buona parte delle sue truppe si diresse verso porta Cavalleggeri e il Vaticano. Oudinot era convinto che non avrebbe avuto resistenza e che i romani avrebbero subito ceduto alle sue intimazioni di resa. Dopo un intero giorno di combattimenti, la guardia civica mobilizzata del Masi e le colonne mobili di Garibaldi e Galletti costrinsero i francesi a una ritirata disordinata che lasciò sul campo più di 500 morti e 365 prigionieri. Avevano veramente fatto male i loro conti!

Purtroppo anche questa porta ormai non c’è più. Era stata aperta in un secondo tempo nelle Mura Leonine, fatte costruire dal pontefice Leone IV tra l’847 e l’852 per proteggere la basilica di San Pietro e il Vaticano dal pericolo di incursioni saracene. L’epoca della sua apertura non è del tutto sicura, ma la si può ritenere posteriore al ritorno dei Papi dalla cattività avignonese (1377). Infatti in quell’occasione i pontefici fissarono definitivamente la loro dimora in Vaticano e le sole tre porte della cinta leonina si rivelarono insufficienti.

In origine veniva chiamata porta ad Terrionem, da una località poco distante. La denominazione si trova già in un documento del 1405. La porta fu rifatta da Alessandro VI intorno al 1500 con un’elegante cornice in bugne di travertino. Da qui iniziò, nel 1527, l’attacco dei lanzichenecchi che misero a ferro e fuoco la città. Il nome della porta venne poi cambiato in Turrionis, in riferimento al poderoso torrione – ora all’imbocco dell’attuale galleria Principe Amedeo - che la fiancheggiava e di cui non si conosce la data di costruzione. Di certo si sa che fu restaurato al tempo di Paolo III (1534 – 49) da Antonio da Sangallo il Giovane. Infine prese la denominazione di porta Cavalleggeri quando Pio IV (1559-65), intorno al 1560, fece demolire un analogo torrione dall’altro lato della porta per fare posto agli alloggi e alle scuderie della guardia a cavallo con armatura leggera che faceva da scorta al pontefice quando usciva dal territorio del Vaticano. Ancora per i Cavalleggeri, e per pubblica utilità, il papa aveva fatto sistemare una graziosa fontanina a ridosso delle mura, con una vasca in cui si potevano abbeverare i cavalli. La fontanina era alimentata da una vena d’acqua abbondante e di ottima qualità, rinvenuta durante gli sbancamenti effettuati per estrarre sabbie e argille sabbiose destinate alle vicine fornaci per laterizi lungo le pendici del colle gianicolense. Alla fine dell’Ottocento l’acqua fu definita limpidissima, con temperatura variabile.

Intorno al 1587 la porta fu restaurata da un tale Silverio di Cagnano, che fu pagato con i proventi della tassa sui cocchi.

Dal Diario del Cracas si viene a sapere che l’11 settembre del 1745 il palio dei berberi fu fatto fuori porta Cavalleggeri e vinto dalla casa Rospigliosi.

Purtroppo nel 1904, per i lavori di ampliamento della piazza del S. Uffizio, fu demolito il tratto delle mura vaticane comprendente porta Cavalleggeri, i cui resti sono stati murati qualche metro più in là, sul muro superstite. Sopra l’arco e nella chiave di volta si vedono i due stemmi della famiglia Borgia che erano stati posti da Alessandro VI a memoria del suo restauro.

Nel 1942, per aprire la galleria che passa sotto il Gianicolo, anche il fontanile dell’Acqua Pia fu demolito e spostato con le sue lapidi e i suoi stemmi sul muro nei pressi di largo di Porta Cavalleggeri.

Oggi appare come un’elegante fontanina alimentata da tre cannelle, di cui quella centrale ornata da una testa di leone, che buttano acqua in un antico sarcofago marmoreo di epoca romana poggiato su due zoccoli marmorei e finemente lavorato con una strigilatura a bassorilievo.

Sul muro, al di sopra della testa leonina, sono sistemate due epigrafi. Quella più in alto, tra lo stemma di Pio IV e quello della città di Roma, ricorda il dono della fontana da parte del Pontefice: PIUS IIII PONT. MAX UTILITI PUBLICE ET CUSTODIE EQUITUM PONT ANO SAL MDLXV. 

Una seconda epigrafe testimonia il restauro effettuato nel 1713 per volere di papa Clemente XI Albani, nel quattordicesimo anno del suo pontificato.

Nel 1982 è stata misurata la temperatura dell’acqua, che è risultata di 12,2 gradi centigradi.

di Cinzia Dal Maso

27 febbraio 2013

 

 

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