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Venne ritrovato sotto al Palatino

Un altare al dio ignoto

Nel 1829, sulle pendici del Palatino che guardano verso il Campidoglio, nella vigna Nussiner, a breve distanza dalla chiesa di S. Anastasia, fu rinvenuta un’ara in travertino formata da due parti sovrapposte, il cui aspetto ricorda vagamente quello del sarcofago di Scipione Barbato conservato nei Musei Vaticani. Nella parte superiore, su una fascia, corre un’iscrizione in caratteri d’età sillana (I sec. a. C.): SEI DEO SEI DEIVAE SAC / C SEXTIUM C F CALVINUS PR / DE SENATI SENTENTIA / RESTITUIT. La traduzione suona così: "Sacro a un dio o a una dea. Caio Sestio Calvino, figlio di Caio, pretore restaurò per sentenza del Senato". Ci troviamo quindi di fronte alla dedica a una divinità ignota.

Sia il Nibby che il Mommsen ritenevano che l’ara dovesse essere posta in relazione con il cosiddetto Ajus locutium - la voce che parla - ossia con l’antico altare dedicato "supra aedem Vestae in infine Nova via" alla divinità sconosciuta che in quella parte del Foro, di notte, attraverso una misteriosa voce aveva preannunciato ai romani, nel IV secolo a. C., l’arrivo dei Galli in città.

Secondo il Mommsen, però, il vocabolo "restituit" avrebbe potuto sottintendere che quest’ara ne ricordava un’altra più antica, in peperino, che forse non era nemmeno la prima. Per lo studioso tedesco, inoltre, il dedicante sarebbe stato Caio Sestio Calvino, figlio dell’omonimo console del 124 a.Cr., il quale contese la Pretura a Glaucia nel 100 a.C.

Altri studiosi erano di diverso avviso. L’archeologo Rodolfo Lanciani, ad esempio, pensava che l’ara di Caio Sestio Calvino non potesse essere quella relativa all’Ajus locutium, che doveva trovarsi dietro al tempio di Vesta, quindi molto lontano dal luogo del rinvenimento.

Considerando pertanto le numerose testimonianze storiche secondo cui i romani non attribuivano né nome e né sesso a divinità tutelari dei luoghi di grande importanza storica e religiosa, Lanciani pensava che l’ara poteva essere stata dedicata a un "Genius loci", ossia a un genio del luogo. Tra le testimonianze più importanti relative a tale divinità è l’invocazione incisa nelle tavole dei Fratelli Arvali: "Sive deo sive deae in cuius tutela hic lucu lucusque est". Sappiamo che al Genio di Roma era stato consacrato in Campidoglio uno scudo su cui si leggeva: "Genio Urbis Romae sive mas sive femina".

L’ara in questione rimase a lungo nel luogo del ritrovamento, esposta alle intemperie e agli altri agenti atmosferici, utilizzata come sedile dai frequentatori del Palatino. Finalmente ora fa la sua bella figura in una delle sale dell’Antiquarium del Palatino.

di Cinzia Dal Maso

14 novembre 2012

 

 

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