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Circa quaranta dipinti raccontano il grande maestro veneziano

Tintoretto in mostra alle Scuderie del Quirinale

E’ uno dei più grandi pittori del cinquecento veneziano, un maestro della luce e del colore: si parla di Jacopo Robusti (1519-1594), detto il Tintoretto dal mestiere del padre, che era appunto tintore di stoffe. Sino ad ora, in Italia, non ha avuto una mostra monografica significativa: l'ultima risale al 1937, se si esclude quella tematica, dedicata ai ritratti, tenuta a Venezia nel 1994. Certo c’è anche l'obiettiva impossibilità di spostare i grandi teleri veneziani.

Dal 25 febbraio al 10 giugno Tintoretto arriva a Roma, alle Scuderie del Quirinale, con la mostra a cura di Giovanni Morello e Vittorio Sgarbi, inquadrata nel programma di rivisitazione degli artisti che hanno reso unica la storia artistica del nostro paese, da Botticelli ad Antonello da Messina, da Bellini a Caravaggio e, più recentemente, a Lorenzo Lotto e Filippino Lippi.

L’esposizione si concentra sui tre temi principali della pittura di Tintoretto: quello religioso, quello mitologico e la ritrattistica. La mostra, rigorosamente monografica, è suddivisa in sezioni di poche opere scelte e capolavori indiscussi che si apre e conclude presentando i due autoritratti, quello giovanile, del Victoria & Albert Museum di Londra, e quello senile, del Louvre.

Sebbene in competizione con Tiziano, infatti, anche i suoi contemporanei gli riconobbero un "perfettissimo giudizio nei ritratti" e dalle maggiori collezioni internazionali ne arriveranno a Roma alcuni dei più famosi.   

Tra le opere in mostra, lo spettacolare "Miracolo dello schiavo", dipinto nel 1548 per la Scuola Grande di San Marco, che lo imporrà prepotentemente come uno dei protagonisti della scena veneziana. Il soggetto della tela è tratto dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. L’ambientazione è orientale. Nella parte bassa del dipinto, al centro, si vede uno schiavo nudo e disteso in terra in attesa del martirio: sta per essere accecato e per subire la frattura delle gambe, come punizione per aver venerato le reliquie di un santo. Dal cielo, però, con scorcio acrobatico, irrompe nella scena la figura di San Marco Evangelista, che spezza gli strumenti del martirio.

La Deposizione al sepolcro, del 1594, del Monastero di San Giorgio Maggiore, è forse l'ultima opera in cui è possibile riconoscere la mano del maestro, una composizione drammatica e piena di pathos, percorsa da bagliori e lampi di luce.

Nel percorso espositivo, inoltre, opere celebrate e famose: da quella che viene considerata una delle sue prime riconosciute, Gesù tra i dottori (1542), concessa dal Museo diocesano del Duomo di Milano, a celebri capolavori come la Madonna dei Tesorieri e il Trafugamento del corpo di San Marco, ambedue dalle Gallerie dell'Accademia, la Santa Maria Egiziaca e la Santa Maria Maddalena, della Scuola Grande di San Rocco, oltre un inedito e strepitoso confronto tra l'Ultima Cena della veneziana chiesa di San Trovaso e quella, di cinque anni più tarda, della chiesa di San Polo, a celebrare uno dei temi prediletti dalle Scuole del Sacramento.

Accanto ai grandi teleri di impatto drammatico e dalla stesura fulminea e densa di tensione, si presentano al visitatore le opere di soggetto storico o mitologico, di grande intensità emotiva come, per esempio, due dei 14 ottagoni, raffiguranti Apollo e Dafne e Deucalione e Pirra, ora nella Galleria Estense di Modena, realizzati nel 1541 per il soffitto di Casa Pisani o la splendida Susanna fra i vecchioni dal Kunsthistorisches di Vienna.

Grande novità della mostra è poi rappresentata dal commento, sotto forma di testi di sala, di Melania Mazzucco, la scrittrice che ha dedicato a Tintoretto e allo studio del suo ambiente numerosi romanzi e pagine indimenticabili. Il suo racconto accompagnerà, infatti, il visitatore passo dopo passo, sala dopo sala.
Una mostra volutamente raccolta, dunque, di circa 40 dipinti (cui si affiancherà una sezione dedicata all'ambiente artistico contemporaneo al maestro veneziano) tutti di altissima qualità, provenienti da musei e collezioni internazionali, capaci di fornire al grande pubblico un approccio sintetico e significativo al percorso artistico di Jacopo Tintoretto. Il critico d’arte veneziano Boschin lo definì un "praticon di man", "ma senza per nulla intendere diminuirlo", mentre il grande Longhi lo descriveva come "di natura geniale, grande inventore di favole drammatiche da svolgersi entro coreografie di luci ed ombre vibranti..... Uno spettacolo continuo".

di Antonio Venditti e Cinzia Dal Maso

24 febbraio 2012

 

 

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