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Un volume di Renato Mammucari ne svela grandezza e contraddizioni

Il Settecento romano
nella storia e nell’arte

La cultura del XVIII secolo nella nostra città non è solitamente apprezzata a pieno. Spesso è addirittura trascurata dagli storici dell’arte, pur essendo straordinariamente ricca di fermenti. Renato Mammucari, con il suo splendido volume "Settecento romano" (Edimond, 384 pagine, 55 euro) ne traccia un’analisi attenta e completa, corredata da un eccezionale apparato iconografico. "Il Settecento – spiega l’Autore – è stato troppo affrettatamente liquidato come un secolo immemore del passato quanto incurante del futuro, un’epoca storica dominata dalle monarchie assolute – tra le quali doveva includersi anche lo Stato della Chiesa – il cui pensiero non andava aldilà della loro Corte". Le ville e i palazzi nobiliari, circondati da spettacolari parchi e giardini, erano vere e proprie residenze reali. "Tutto questo splendore – continua Mammucari – stupiva i visitatori che vi si deliziavano e lasciava senza fiato il popolo che, con la schiena curva, gli occhi bassi e il cappello in mano ‘pur bisognoso di pane’ non si lasciava sfuggire occasione per evadere e stordirsi dalle miserie umane gettandosi dietro le spalle ogni preoccupazione mescolandosi nelle piazze e nelle strade, in chiesa e nei teatri, ai nobili e ai prelati ad ogni minima occasione: dalle ricorrenze religiose alle visite di re, regine ed ambasciatori, dall’elezione del pontefice alle canonizzazioni e giubilei, dal carnevale alle feste popolari e lo stesso patibolo messo su per tagliare la testa a qualche brigante diveniva spettacolo a cui assistere con partecipazione e gioia".

Intanto, masse sempre più crescenti di uomini lasciavano la campagna, concentrandosi nei centri urbani. "Roma divenne così una città ‘paesana’, tutta raccolta nella grande ansa del Tevere che, sulla destra del fiume, si estendeva da Porta del Popolo sino all’Isola Tiberina con Castel Sant’Angelo, la città Leonina e il quartiere di Trastevere – che si andava a stemperare verso le falde delle coline Gianicolensi – e, dalla parte opposta, si spingeva verso l’Esquilino e le basiliche di santa Maria Maggiore e di San Giovanni".

Roma agli inizi del secolo risultava una città piena di incoerenze, provinciale ma cosmopolita, in cui la ricchezza e lo sfarzo coabitavano con la miseria più infima, che – pur essendo il centro del cattolicesimo – tollerava qualsiasi altra fede religiosa. "Un periodo storico – avverte Mammucari – singolare e contraddittorio: da una parte un contrasto violento tra ricchezza e miseria, materializzato da una nobiltà vuota e superficiale e un popolino ignorante ma assetato di vita; da un altro punto di vista fu, però, il secolo dell’Arcadia, dell’Illuminismo, del razionalismo, delle conquiste della filosofia e della scienza". Sarebbe allora un grandissimo errore guardarne solo gli aspetti più appariscenti, capaci solo di sviare il nostro giudizio.

Mammucari inizia con un accurato excursus storico, di cui sono protagonisti i vari pontefici, con le loro diverse personalità: Innocenzo XII, Clemente XI, il pastore economista, Innocenzo XIII con la sua politica di pace, e Benedetto XIII, argutamente definito dai romani "più che amator di santi, protettor di birbanti". Seguono Clemente XII, il banchiere spiantato, Benedetto XIV, papa prima ancora che sovrano, Clemente XIII, un bigotto caritatevole, Clemente XIV e Pio VI, "un papa rinascimentale".

Il Settecento è stato anche il secolo degli "incisori", in prevalenza stranieri, che viaggiavano per conoscere e divulgare una realtà spesso esplorata per la prima volta. "Scesero così verso Roma e la sua campagna", aggirandola a oriente lungo i paesi arroccati sui monti e a occidente utilizzando la striscia diversamente suggestiva del litorale, ambivalente cerniera tra il mare e il territorio, mondo nuovo di verità sconosciuta e irripetibile". Nella seconda metà del secolo emerge la figura di Giuseppe Vasi, anche se è Giovan Battista Piranesi – un architetto veneziano – il più grande incisore romano del Settecento, capace di realizzare delle grandi composizioni scenografiche che dilatano la scena rappresentata e la esaltano grazie a studiati effetti luministici.

Un intero capitolo del volume è dedicato ai viaggiatori, chiamati "pellegrini dell’arte", che arrivavano a Roma soprattutto nel mese di ottobre, quando le piogge autunnali rinfrescavano l’aria, e vi rimanevano fino ai primi di maggio.

L’ultima parte del libro, quella degli artisti, è divisa in un numero straordinario di schede, che, in rigoroso ordine alfabetico, costituiscono uno strumento prezioso per studiosi, collezionisti o semplici appassionati.

di Antonio Venditti e Cinzia Dal Maso

06 luglio 2011

 

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