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Un’analisi letteraria di Noemi Paolini Giachery

Le ragioni dell’ovvio

In letteratura come in storia dell’arte o in altre discipline ci sono alcune acquisizioni che dovrebbero essere considerate incontestabili. Eppure non tutti le ritengono tali. Addirittura sembra siano le proposte più stravaganti di certi "maestri" a trovare particolare fortuna tra allievi e studiosi. Ecco allora intervenire la competenza e la passione di Noemi Paolini Giachery, che nel suo recente volume "Le ragioni dell’ovvio" (EdiLet – EdiLazio Letteraria, 132 pagine, 12,00 euro), rileggendo Svevo, Pascoli, Ungaretti e Montale , spiega come i loro lavori siano "dotati di un testo profondo e di rara consistenza anche se non si occupano di cose ma delle vicende interiori di un soggetto in cerca di senso..."

L’Autrice, riflettendo sulle critiche pubblicati da altri studiosi, verifica l’attendibilità di alcune idee e metodologie generali da loro proposte, attraverso un puntuale, appassionato e agguerrito confronto su testi di grandi autori del Novecento. Non è alla ricerca di presunti errori o di fraintendimenti occasionali: a lei interessano solo le spie di un possibile fraintendimento di fondo.

Illuminante, a tale proposito, il secondo capitolo, "Da Pascoli a Ungaretti: breve storia di un clichè critico". "Questa volta – spiega Noemi Paolini Giachery – è sul versante della poesia del Novecento che si è cercato di applicare obbligatoriamente, con poca attenzione al macrotesto, la formula della dissociazione e dell’indecifrabilità". L’Autrice porta l’esempio di una lirica pascoliana, "Arano", una delle più celebri di "Myricae", che secondo Giacomo Debenedetti sarebbe costituita da "notazioni slegate, come colte casualmente a grande distanza l’una dall’altra", di frammenti disposti "come schegge irte, asciutte, orientate a contrariare l’andamento, la fluidità del verso". La studiosa analizza la poesia mostrandone i tanti segni di coerenza, per chiedersi perché non si tenga conto del fatto che in un poeta come Pascoli i referenti di solito appartengono a un’area semantica omogenea e che della poetica del simbolismo non si ritrova in lui il principio dell’associazione di termini semanticamente lontani. Quindi, a chi sostiene che, sempre in "Arano", il poeta darebbe voce oggettiva agli animali del suo bestiario rinunciando al suo punto di vista, risponde che gli animali parlanti appartengono a quella creazione fantastica che è propria del poeta fanciullino..."

Noemi Paolini Giachery, studiosa di letteratura italiana, collabora a diverse riviste e ha scritto molti libri, tra cui "Vita di un uomo: fenomenologia d’una ricerca" (1988), "Italo Svevo. Il superuomo dissimulato" (1993), "L’artefice l’orafo la bellezza (1997), "Il volto bivalente. Saggi di letteratura italiana" (1997). Nel 2009 ha curato la pubblicazione del primo romanzo di Dolores Prato, "Campane a Sangiocondo".

di Cinzia Dal Maso

09 novembre 2011

 

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