Il teatro di Villa Borghese chiude la stagione con uno dei capolavori di Shakespeare

Il Mercante di Venezia al "Silvano Toti"

di Alessandro Venditti

Chiude in bellezza la quinta stagione del "Silvano Toti", il teatro shakespeariano di Villa Borghese, con "Il mercante di Venezia" di William Shakespeare, con regia, traduzione e adattamento di Loredana Scaramella, promosso dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma e dalla Fondazione Silvano Toti, con il contributo di Gioco del Lotto, l’organizzazione e comunicazione di Zètema Progetto Cultura e G.V. sas, produzione Politeama s.r.l.

Lo spettacolo, in scena dal 30 agosto al 14 settembre, affronta i temi, molto cari al drammaturgo inglese, dello scontro culturale, la dimenticanza e l’intolleranza da parte dei figli alle leggi dei padri, il conflitto fra amicizia e amore, l’amore stesso, la generosità e la bellezza contro il dovere, l’egoismo, il rigore e la competizione.

In una notte veneziana, lo squattrinato Bassanio trascina l’amico Antonio su una strada che potrebbe portarlo alla rovina, mentre a Belmonte la sofisticata Porzia aspetta qualcuno che la liberi dal voto paterno, risolvendo l’enigma necessario per ottenere la sua mano. E’ Bassanio a risolvere il mistero e a conquistare il cuore della colta donna, che a sua volta dovrà perdonare il tradimento che l’amante compie ai suoi danni per favorire l’amico Antonio.

Diverso è l’esito della partita fra l’Ebreo e il Cristiano. A Venezia, dove è la classe dei mercanti ad essere "principesca", il commercio e gli affari sono difesi dalle leggi e dall’aristocrazia.

La Repubblica è tollerante con gli stranieri e offre ospitalità al mondo eterogeneo dell’epoca, purché uno straniero non tocchi i privilegi di un mercante, pur nel rispetto della legge, magari portata alle sue estreme e paradossali conseguenze: in quel caso la legge deve flettersi alla necessità di salvare il Mercante. Shylock, un ebreo nel senso più antico del termine - ibril "colui che vive di là dal fiume" - quindi l’Altro in tutte le sue accezioni, con la sua etica inflessibile, che non conosce mediazione né perdono, punta il dito sulla parzialità della legge veneziana e fa apparire quasi strumentale il discorso della clemenza e del perdono che rende la cattolica Venezia più elastica nelle sue sentenze, certo, ma assai poco affidabile. L’Ebreo se ne andrà in silenzio, decretando la sconfitta della rigidità della legge antica rispetto alla moderna, proteiforme legalità.

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