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Trentuno
dicembre 1940: Roma è una candida distesa di neve. Dalle parti del
Colosseo, in quella che allora si chiamava via dell’Impero, oggi via
dei Fori Imperiali, una sagoma bruna, sfuggita a chissà quale
destino, si aggira nel bianco incantesimo in cui è piombata l’Urbe.
I resti del tempio di Venere e Roma, voluto dall’Imperatore Adriano,
dominano come una quinta architettonica la salita che porta alla
bella Chiesa di Santa Francesca Romana. I lampioni, sottili aghi
metallici, si slanciano ad illuminare il grigio cielo, mentre allo
sguardo non resta che perdersi in un orizzonte di rarefatta
visibilità.
Siamo in un quadro del pittore romano Walter Lazzaro (1914-1989).
L’artista, al tempo ventiseienne, interpretava con la suggestione
dei colori e delle ombre la sorpresa di una nevicata urbana che
donava alla città un silenzio raggelante e mistico.
Lazzaro, figlio e nipote di pittori, già ad undici anni aveva
sperimentato la sua arte raffigurando uno degli angoli prediletti
della città natale: la "Via Sacra", dove la delicatezza
dell’acquerello raccontava la maestà del Colosseo e dell’Arco di
Tito. Degli anni ’30 sono gli olii su tavola che con una pennellata
veloce e pastosa immortalano la poesia dei ponti sul Tevere, quando
in certe giornate primaverili il cielo si tinge di pudiche sfumature
rosate. Dai muraglioni del vecchio Tevere, l’"Isola Tiberina" (1933)
è un’apparizione sull’acqua, una distesa abbagliante di luce. Le
costruzioni, unica forma, sembrano palazzi d’oro, scrigno di qualche
insospettabile segreto.
Arrossisce e fa arrossire per la sua bellezza la Roma degli anni
giovanili di Walter Lazzaro: una città che non nasconde i fasti del
suo passato, ma si lascia scrutare anche nella spontaneità delle
erbe che crescono tra i gradini bruni dell’Anfiteatro Flavio ("Al
Colosseo", 1930), o attraverso le volte che introducono all’arena
("Da un arco del Colosseo", 1930). In un olio su cartone del 1931 la
"Basilica di Massenzio" è forma e colore al tempo stesso
nell’amalgamarsi del cromatico incontro tra l’arancio e il verde e
l’imponente struttura architettonica.
E’ un trionfo della luce lo sguardo che Walter Lazzaro lancia su
Roma. In "San Bonaventura sul Palatino" (1932) la Chiesa è immersa
nel verde rigoglioso di un natura avvolgente e totalizzante che non
si lascia domare. Sotto il benevolo auspicio di un cielo ceruleo
ecco apparire l’idillio di una mistica visione. C’è "Un tramonto a
Monte Mario" del 1931 in cui l’imbrunire sembra sorprendere la
campagna circostante la Chiesa di Santa Maria del Rosario in una
poetica visione della sera incipiente. Gli alberi brulli ricordano a
chi guarda che prima o poi l’inverno finirà e una nuova alba di luce
sorriderà alle cupole della città. "Le ore calde del Colosseo" del
1932 riportano Lazzaro a mirare l’imponente bellezza delle rovine
che fecero grande Roma al tempo dei Cesari. E’ dorata la luce che
avvolge le architetture e l’arena. Lì è racchiusa la cocente estate
della vita. L’orologio dell’arte ha volutamente fermato le sue
lancette, cristallizzandola in un attimo irripetibile. Non manca al
Lazzaro di quegli anni il senso dell’istantaneo, una sorta di
poetico "hic et nunc" della vita, evocato per far capire che, ad
esempio, quei "Silenzi nell’ombra" del 1933, dinanzi al Colosseo,
mai più si ripeteranno. Il cielo indaco di una notte senza tempo
s’illumina, d’improvviso. E’ qualche fugace bagliore di lampioni ad
infrangere l’incanto delle romantiche tenebre. Allo spettatore di
quell’attimo Roma si svela complice ed amante, madre e sposa, figlia
e sorella. Femminile senza dubbio è la bellezza di questa città
indaffarata a vivere che si racconta in "Campo dei Fiori" (1935) o
in via del "Tritone" (1935). Piccole sagome umane, tra i banchi,
animano il mercato rionale al severo cospetto della statua di
Giordano Bruno, mentre sulla strada che porta a piazza Barberini gli
autobus verdi si stagliano sul fondo marrone scuro degli antichi
palazzi. Il nolano arso vivo è una muta, ma inquietante presenza.
Ricorda una storia lontana, ma ancora presente, ed il suo è un
monito, tacito e solenne, a non dimenticare. Nel 1936 Walter Lazzaro
dipinge la piazza del Pantheon e sceglie per farlo una giornata dai
colori surreali. I marmi del tempio si tingono di toni rosati e
violacei che ritroveremo nell’ultima produzione del Maestro.
Una visione coloristica della realtà caratterizza due tele, "Piazza
del Gesù" (1936) e l’ "Arco di Costantino" (1937).
L’altra città di Lazzaro fu Milano. Dopo gli anni della prigionia
nei campi di Biala Podlaska e Norimberga, Lazzaro si trasferì nel
nord e a Milano ebbe uno studio molto apprezzato. Prima che le
cosiddette "marine" e i "capanni" sulla spiaggia diventassero i
soggetti più ricorrenti della sua arte e quelli che maggiormente lo
avrebbero reso celebre presso il grande pubblico, il Maestro, negli
anni Cinquanta, dedicò diverse tele agli angoli caratteristici della
sua città di adozione. "Piazzale Loreto" (1950), "Milano" (1950),
"Foro Bonaparte" (1950), descrivono la vita di una città che non si
ferma e lavora, con le sue insegne colorate, gli esercizi
commerciali aperti, la gente in giro in bicicletta. Una ieratica
atmosfera regna invece nei "Barconi sul Naviglio" (1950), nei
"Bastioni di Porta Genova" (1950) o in "Sabbia presso il Naviglio"
(1951). Il Duomo, immerso nel grigiore di una giornata di nebbia, è
una macchia di pace silente che invita ad una mistica riflessione
(olio su tavola del 1952). La visione della Chiesa di San Marco in
una ridente giornata di sole lascia nel quadro l’impressione di
un’incantevole apparizione. E poi c’è l’ultimo sguardo alla città:
quello che il Maestro lasciò incompiuto, sul cavalletto, prima di
morire. Un immenso cielo, in cui la luce cerca di penetrare tra la
folta coltre delle nubi rosate, ospita la sagoma, appena visibile,
del Duomo. A chi volesse conoscere la produzione romana e milanese
di Walter Lazzaro si consiglia la lettura del catalogo "Walter
Lazzaro. Ripartire. Roma Milano, i luoghi dello spazio" (testo
critico di Felice Bonalumi, "Galleria Lazzaro by Corsi" di Milano,
e-mail: lazzarocorsi@tin.it), pubblicato in occasione di una recente
mostra sul Maestro.
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