Imprigionate
nella materia e nel colore che le hanno generate, le Donne in cartapesta di
Pierluigi Manetti ti guardano silenziose. Immemori del passato, incuranti del
presente, invitano lo spettatore ad ammirare la loro ieratica bellezza. Avvolte
in lunghi abiti color pastello o dai toni accesi, se ne stanno sedute con lo
sguardo fisso in un punto che percepire non puoi. Oppure, elegantemente in
piedi, con le mani leggiadre ad accogliere le particelle sensibili di uno spazio
mitico, si mostrano enigmatiche interpreti di un futuro indistinguibile.
Capisci, guardandole, che sono chiamate a nascondere e custodire un segreto
inafferrabile, forse il generoso mistero delle madri, la forza che hanno le
sorelle e le compagne in un viaggio. Donne sibille, dal volto imperscrutabile,
fermate nel solenne incedere di un passo immobile, ma inevitabile,
nell’amorevole pazienza di un’attesa immortale. Sono le dolci mannequin di un
macrocosmo illuminato dai bagliori dell’alba e dalle luci improvvise che
trascolorano, dove ogni speranza si fa possibile o per lo meno immaginabile.
Solo quando l’incanto tra te e
loro è ormai manifesto, quando l’incrocio di emozioni e sguardi è al suo zenit,
ti sussurrano la combinazione che scardina ai tuoi occhi le porte del loro
mondo: un orizzonte di mare e di tramonti, di vento flebile e costante dove
l’ultimo sogno accende i colori dell’altro che verrà, di notte in notte, giorno
dopo giorno. Fino a quando le figure di donne non diventano foglie di rami,
libellule di grazia e femminilità. Sono tuffatrici, ballerine che danzano su
piccole sfere, con lo sfondo dell’oceano, dietro le quinte di un teatrino in cui
regnano le stelle e la luna e il dolore non esiste. Sublimato ormai dal ricordo,
anch’esso è parte di un universo onirico palpitante, dove il tempo non c’è. E’
un sogno di pace e di equilibrio, uno scacco matto alle pressanti richieste,
alla violenza e all’odio. Come il tulle colorato di un tutù che non cesserà mai
di volteggiare o il correre di un treno che esce dai binari della fantasia e
irrompe, incurante del palcoscenico, nella realtà, tutto s’acquieta per poi
riprendere a correre sulla giostra di un’infanzia infinita.
Da domani e fino al 30 dicembre
Palazzo Venezia ospita un suggestivo allestimento di queste creature che
richiamano le sacre rappresentazioni lignee dell’arte italiana duecentesca e
trecentesca. Pierluigi Manetti, toscano di nascita e formazione, è pittore,
restauratore di dipinti, scenografo teatrale, cinematografico e scultore. La
mostra, dedicata all’amico e antiquario Raniero Aureli, prematuramente
scomparso, raccoglie alcune "Donne del Mare" realizzate in questi anni da
Manetti, ricostruendo anche il vero laboratorio dell’artista.