Affiancata dagli acquedotti, portava a Roma i prodotti delle campagne

Viaggio alla scoperta  della via Labicana

 

di Cinzia Dal Maso

"Tutte le strade portano a Roma», dice il proverbio e, osservando la fitta rete viaria realizzata dai nostri progenitori, sembra proprio che un tempo dovesse essere così. Con soluzioni ardite per l’epoca si colmavano dislivelli, si superavano torrenti e fiumi con le possenti arcate dei ponti, per collegare all’Urbe i vari centri che venivano man mano conquistati ed entravano nell’orbita della grande civiltà. Alcune di queste strade, come l’Appia o la Tuscolana, non hanno mai cessato di essere usate e se ne può ancora seguire il percorso. Stessa sorte non è toccata alla Labicana, l’arteria che univa Roma con Labico, un abitato 15 miglia a sud-est della Capitale, poi prolungata fino a congiungersi con la Latina al crocevia di Anagni: il suo tragitto fuori le mura aureliane è ricalcato solo in alcuni punti dalla via Casilina, che attraversa il Lazio Meridionale per giungere a Capua, l’antica Casilinum, in Campania.

La colonia di Labico aveva origini antichissime, che si perdono nella notte dei tempi. Oggi è scomparsa, ma si doveva trovare nei pressi di Montecompatri: sarebbe stata fondata da Albalonga, che nei tempi più remoti aveva la supremazia su tutto il territorio. Nel 418 a.C. venne conquistata e saccheggiata dai romani, che ne frazionarono il territorio, consegnandolo a 1500 coloni. Nel corso delle guerre civili che insanguinarono il I sec.a.C. non fu risparmiata dalle lotte sanguinose che videro opporsi i seguaci di Mario e quelli di Silla e dovette subire altre devastazioni. Il centro antico venne abbandonato, mentre si formava un nuovo abitato presso la stazione viaria denominata - "ad Quintanas" (quindicesimo miglio), che prese il nome di Labicum Quintanense e fu anche municipio.

Quando Roma era cinta solo dalle mura attribuite al re Servio Tullio, ma probabilmente posteriori all’invasione gallica del IV sec.a.C., la via Labicana usciva dalla città attraverso la Porta Esquilina, dove oggi è l’Arco di Gallieno, e percorreva il tratto che ne conserva il nome, insieme con la via Prenestina. Nel 270 d.C., il neoeletto imperatore Aureliano, sotto la spinta della minaccia barbarica, con un impiego di risorse economiche e umane ingente, faceva realizzare in tutta fretta la nuova, poderosa cinta muraria che prese il suo nome e caratterizza ancor oggi tanti scorci del paesaggio urbano. Labicana e Prenestina attraversavano affiancate le Mura Aureliane, sotto i due fornici della Porta Maggiore, costituiti dalla monumentalizzazione di due arcate dell’acquedotto Claudio.

La via Labicana era anche congiunta alla Latina da numerosi diverticoli, uno dei quali univa Tuscolo con Colonna.

Affiancata per lunghi tratti dall’acquedotto Claudio e da quello dell’acqua marcia Tepula Julia, la Labicana era utilizzata soprattutto per portare a Roma i prodotti delle fertili campagne meridionali. I sepolcri non si disponevano regolarmente ai suoi lati come si vede sull’Appia, ma ce n’erano alcuni veramente grandiosi, tra cui il famosissimo Mausoleo di Elena, madre dell’imperatore Costantino, sorto in relazione al cimitero detto "ad duas lauros" e alla annessa basilica funeraria circiforme, ossia con le navate laterali che avvolgevano completamente quella centrale con un deambulatorio continuo.

Il mausoleo fu edificato tra il 326 ed il 330 ed aveva un diametro di circa 28 metri. Era alto 25 metri e composto di due cilindri sovrapposti, nell’inferiore dei quali, più ampio, si aprivano otto nicchie, alternativamente rettangolari e semicircolari. Una di queste costituiva l’ingresso all’edificio, mentre le altre dovevano accogliere i sarcofagi, come quello enorme, in porfido rosso, detto di S. Elena. I rilievi con soldati che ne ornano la cassa lo fanno ritenere destinato, almeno in origine, ad un uomo, forse lo stesso Costantino o il padre Costanzo Cloro. Il sarcofago, portato in Laterano nel XII sec. dal pontefice Anastasio IV, fu trasferito da Pio VI (1775-99) in Vaticano, dove si può ammirare ancora, nella Sala a Croce Greca del Museo Pio Clementino.

Una scala tra due nicchie dava accesso alla parte superiore del mausoleo, aperta da otto finestre, in corrispondenza delle nicchie della zona inferiore.

L’interno era rivestito di lastre di marmo e dotato di un prezioso altare d’argento, sul quale venivano celebrate messe in suffragio della defunta.

La parte più interessante del monumento è la copertura, realizzata con un espediente per alleggerire la struttura piuttosto comune nell’antichità: nel conglomerato cementizio della volta erano inglobate numerose anfore, dette volgarmente a Roma "pignatte". L’arguzia popolare, osservando queste anfore che sporgevano dalla volta, ha dato al monumento il curioso nome di Torpignattara, giunto fino ai nostri giorni ed esteso anche a designare la zona circostante.

L’area cimiteriale adiacente risale all’età repubblicana e dopo Traiano servì anche di sepoltura agli appartenenti al corpo degli "equites singulares", guardia imperiale scelta a cavallo. Nella seconda metà del III sec. vi fu impiantata una catacomba cristiana, che ospitò alcuni martiri venerati, come Marcellino e Pietro, cui oggi è dedicata, Tiburzio e Gorgonio, oltre a Clemente, Simproniano, Claudio e Nicostrato, meglio conosciuti come i Santi Quattro Coronati.

Ampliate in più riprese, le catacombe si estendono in un’area di circa 18 mila metri quadrati e sono caratterizzate da un complesso intreccio di cunicoli, con i loculi per le sepolture più comuni. Su questi si aprono cubicoli, ossia piccole stanze, che conservano splendide pitture, risalenti nella maggior parte dei casi al IV secolo, importantissime nella storia dell’arte paleocristiana.

Qualche anno fa, la via Labicana è tornata improvvisamente quanto inaspettatamente a interessare le cronache: gli scavi per la Metro C ne hanno riportato alla luce un tratto lungo 15 metri tra la via Casilina e piazza Lodi. Gli operai stavano scavando con le ruspe per realizzare un condotto di aerazione, quando sono comparsi i primi blocchi del basolato, perfettamente conservati nella loro sede originaria: era un bel tratto di strada, con tanto di marciapiede. Gli scavi della Soprintendenza hanno permesso il rinvenimento di vari reperti architettonici, una pietra liscia con misteriosi graffiti, una pietra miliare perfettamente integra, parti di sculture e bassorilievi marmorei pertinenti a sarcofagi. Particolarmente interessante è il torso di un personaggio maschile loricato, risalente ai primi secoli dell’Impero.

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