Si fa, ma... non si dice!
Il sacco di Roma a opera di Carlo V e dei suoi lanzichenecchi, che nel 1527 per mesi misero a ferro e fuoco l’Urbe - causando circa dodicimila morti, senza contare le vittime della peste causata dalle disastrose condizioni igieniche - rimane uno degli episodi più tristi della storia della Città Eterna. Non c’è perciò da meravigliarsi se nel 1535, quando ad appena otto anni da quei tragici avvenimenti tornò a Roma, Carlo V fu accolto solo esteriormente da grandi festeggiamenti, mentre ognuno sentiva nel cuore una ferita insanabile e spesso una inestinguibile sete di vendetta. A tal proposito il Cancellieri, nella sua "Storia dei Solenni Possessi dei Sommi Pontefici" (1802) riferisce un aneddoto da lui trovato in un manoscritto della Biblioteca Vaticana. L’8 aprile del 1535, un venerdì, l’Imperatore aveva voluto fare un giro per visitare i monumenti della città, che certo recavano ancora il segno delle scelleratezze dei suoi mercenari. Giunto al Pantheon, era addirittura salito sulla cupola per guardare nell’interno dal grande occhio aperto. Lo accompagnava il giovane barone Romano Crescenzi, che, rientrato a casa, aveva confessato al padre di aver provato la fortissima tentazione di dare una spinta a Carlo V facendolo precipitare nel vuoto. "Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono", fu l’immediata quanto inattesa risposta del genitore. |
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