Nell’antica Roma
l’emergenza case fu sempre all’ordine del giorno. La popolazione della città
crebbe velocemente nel corso dei secoli e tanti erano gli immigrati, soprattutto
orientali, che giungevano per il commercio e in cerca di fortuna. Per questa
massa di gente occorrevano alloggi e sistemazioni. Già nel II secolo a.C. si
diffusero i caseggiati a più piani, detti insulae: un modo per ottimizzare lo
spazio a disposizione. Al tempo di Cicerone, quindi alla fine della Repubblica,
erano così tanti che il Principe del Foro definiva la sua città "sospesa per
aria". Ma la domanda di alloggi era di gran lunga maggiore dell’offerta, con il
conseguente aumentare degli affitti. A Roma gli affitti erano quattro volte più
cari che nel resto dell’Italia. Il primo e il secondo piano di un caseggiato
erano quelli che costavano di più. Di meno si pagavano quelli superiori.
Economiche erano le mansarde sotto tetto e le cantine. I contratti potevano
essere di durata annuale, biennale, quinquennale. Scadevano di regola il primo
gennaio e luglio i termini di pagamento per i canoni semestrali. In questi
giorni le strade della città si riempivano di poveri sfrattati che avevano
dovuto abbandonare la casa o di intere famiglie intente a traslocare chissà
dove. Crolli e incendi avvenivano con una frequenza impressionante e – mancando
un sistema assicurativo – i proprietari si "tutelavano" da eventuali perdite
proprio facendo lievitare il prezzo delle locazioni. Chi provvedeva alla
riscossione del denaro? Un amministratore del padrone, detto "insularius".
L’argomento è stato approfondito nel corso dell’Intervista possibile di "Questa
è Roma!", la trasmissione ideata da Maria Pia Partisani in onda ogni sabato
mattina, dalle 11.00 alle 12.00, su Nuova Spazio Radio (88.150 MHz),