"Le proibizioni" della notte di Natale

Erano al bando la prostituzione, le osterie e il gioco dell’oca

 

di Cinzia Dal Maso

Il popolo di Roma amava moltissimo le festività natalizie, considerate anche un’occasione per lasciarsi andare a qualche divertimento non proprio in accordo con la morale cristiana e con la solennità religiosa che si stava celebrando. Per questo le autorità pontificie continuavano a emanare una serie di editti con minacce di pene pecuniarie e corporali molto spesso, a quanto pare, inutilmente, nel tentativo di frenare i festeggiamenti troppo esuberanti o pericolosi. Si pensi solo che, per fare allegria, al posto dei nostri petardi, si usava sparare colpi di archibugio.

Durante il Natale di Cristo, era necessario che la città sede del Sommo Pontefice desse un aspetto di moralità, attenendosi alle regole generali secondo le quali erano "da fuggirsi li strepiti, gridi e rumori di notte, come origine di molti scandali, e occasioni a diversi peccati" e rifuggendo dagli eccessi e dai "negotij profani".

In particolare nella Santa Notte era severamente proibita la prostituzione, tollerata invece nel resto dell’anno. A "tutte le cortigiane e donne di dishonesta vita" si ordinava in quell’occasione di non girare per la città, nemmeno con la scusa "d’andare alle Messe". Naturalmente non potevano neppure ricevere uomini in casa.

Soprattutto nel Seicento e nel Settecento si vietava alle suore di aprire i loro monasteri per farvi celebrare Messe fino "alla mattina di giorno": evidentemente nel timore, non troppo infondato, che le funzioni potessero diventare occasione di incontri un po’ troppo ravvicinati e licenziosi. Le povere religiose, però, non potevano nemmeno allestire il più innocente dei simboli natalizi, il Presepe, considerato troppo mondano e sfarzoso.

Dopo aver tentato di assicurare un comportamento dei cittadini il più possibile morale, le autorità si occupavano di ogni altra occasione di disordini o di scandali. Le prime a farne le spese erano le osterie, che – come gli alberghi - dovevano rimanere chiuse dalle due di notte fino al pomeriggio del giorno successivo. Niente, quindi, allegre bevute di vino dei Castelli, partite a morra o "passatelle", che potevano distrarre dalle più salutari devozioni e tenere la popolazione maschile lontano dalle sacre funzioni.

Le occasioni di divertimento consentite erano ben poche. Si poteva giocare a tombola, anche nelle piazze, purché si rimanesse a debita distanza dalle chiese. Niente da fare, invece, per il gioco dell’oca, considerato "occasione di molti scandali" e perciò messo al bando. In ogni caso, l’ordine era per tutti di non fare troppo chiasso, anche se le notti non erano certo silenziose, visto che un po’ ovunque echeggiavano le note un po’ lamentose di zampognari e pifferai, che tanto infastidivano i turisti. "Son quindici giorni – raccontava Stendhal – che siamo svegliati già alle quattro della mattina dai pifferari o suonatori di cornamusa. Farebbero prendere in odio la musica".

 

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