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Al Vittoriano, fino all’8 gennaio, "Giovanni Paolo II e Roma"

"Damose da fa! Semo romani!"

In mostra le fotografie del Pontificato, testimonianze romane, cimeli, oggetti e documenti appartenuti al Santo Padre

"Novembre scorreva veloce: era ormai tempo di partire per Roma. Quando venne il giorno prestabilito, salii sul treno con grande emozione. Con me c’era Stanilsaw Starowvieywski, un collega più giovane di me che avrebbe dovuto frequentare l’intero corso teologico a Roma. Per la prima volta uscivo dalle frontiere della mia patria. Guardavo dal finestrino del treno in corsa città conosciute soltanto nei libri di geografia". E’ la descrizione di un viaggio, l’inizio di una grande percorso che sarebbe diventato storia. Con queste parole Giovanni Paolo II ricordava il Suo arrivo nella Capitale, quando giovane studente lasciò la Polonia per frequentare il Pontificio Ateneo Angelicum.

Al Suo rapporto con la città che l’avrebbe visto, il 16 ottobre 1978, salire al soglio di Pietro è dedicata la mostra "Giovanni Paolo II e Roma", visitabile gratuitamente fino al prossimo 8 gennaio nel Complesso del Vittoriano (dal lunedì al giovedì: 9.30 – 19.30, venerdì e sabato: 9.30-23.30, domenica: 9.30-20.30).

L’esposizione, organizzata dal Vicariato di Roma e dall’Amministrazione Capitolina, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, presenta un percorso storico-documentario che lega, attraverso un ricchissimo apparato fotografico e numerose testimonianze, l’operato del Papa alla città.

"Non potrò mai dimenticare le sensazioni di quei miei primi giorni romani – annotava il Pontefice - quando nel 1946 cominciai ad introdurmi nella conoscenza della «Città eterna». Il padre Karol Kozlowski, rettore del seminario di Cracovia, mi aveva ripetuto più volte che, per chi ha la fortuna di potersi formare nella capitale del Cristianesimo, più ancora degli studi (un dottorato in teologia si può conseguire anche altrove!) importante è «imparare Roma stessa». Cercai di seguire il suo consiglio". Il giovane Karol Wojtyla ha "abbracciato" subito Roma, girandola con gli occhi del turista ammirato e con quelli accesi dalla fede: "arrivai con il vivo desiderio di visitare la ‘Città eterna’, a cominciare dalle catacombe. E così accadde. Insieme agli amici del Collegio belga dove abitavo, ebbi modo di percorrere sistematicamente la città sotto la guida di esperti conoscitori dei suoi monumenti e della sua storia. Ogni giorno dal collegio belga, in via del Quirinale 26, mi recavo all’Angelicum per le lezioni, fermandomi durante il tragitto nella Chiesa dei Gesuiti di Sant’Andrea al Quirinale, dove si trovavano le reliquie di San Stanislao Kostka, che abitò nell’attiguo noviziato e lì concluse la sua vita".

A pochi mesi dalla scomparsa dell’Uomo fa venire i brividi questa monumentale mostra curata da Alessandro Nicosia e Marco Pizzo che con rigore scientifico e narrativo ripercorre le tappe fondamentali del Suo operato. Negli occhi ci sono ancora le immagini forti, incancellabili, della folla multietnica e composta che si è riversata a Roma per stringersi in un ultimo, globale abbraccio senza precedenti. Il Papa delle masse, il Papa viaggiatore tra la gente, grande comunicatore fino all’estremo, fatale attimo, Uomo della Chiesa, voce dei più deboli, fu anche l’attento Pastore della sua città. Era il 1979 e così parlava della Sua missione: "solo da pochi mesi sono Vescovo di Roma. Comincio poco a poco a conoscere la mia nuova diocesi. Mi rendo conto che la mia missione «universale» si basa su quella «particolare» e perciò cerco di dedicarmi a quest’ultima per quanto posso".

"Non si può essere Papa – spiegava nel 1986 - senza essere Vescovo di Roma: questa è una verità dogmatica, ecclesiologica e allora se sono Vescovo di Roma essendo Papa, sono piuttosto Papa essendo Vescovo di Roma".

Così le foto del grande Giubileo del 2000, delle ricorrenze annuali, delle tante visite nelle parrocchie, negli ospedali, nelle carceri, negli Atenei, alla Sinagoga, restituiscono l’immagine di una Roma che Giovanni Paolo II ha amato, accudito come il più amorevole dei Padri. I figli orfani piangono oggi anche la sua dolce e affettuosa simpatia. Era il 26 febbraio del 2004 e il Papa polacco, già provato dalla sofferenza di una malattia mai nascosta e mostrata con evangelico coraggio, salutò in Vaticano i parroci e i preti romani con un memorabile "Damose da fa! Volemose bbene! Semo romani!".

di Annalisa Venditti

SPECIALE GIOVANNI PAOLO II

 

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