"I linguaggi della guerra"

Un volume di Federico Montanari

 

 

di Annalisa Venditti

Alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma "La Sapienza" è stato presentato il nuovo libro di Federico Montanari, "Linguaggi della guerra" (Meltemi Editore, Collanna Segnature, 380 pagine, 26,00 euro). Docente di semiotica e membro del Comitato di redazione della rivista "Ocula", Montanari propone in questo volume un’inedita analisi della rappresentazione degli eventi bellici. Lo scopo è dimostrare come l’elemento essenziale di questo processo sia il "racconto", una sorta di archetipo culturale che rende l’azione una narrazione e l’agire un evento narrato. A guidare il lettore in questa particolare lettura sono gli strumenti affinati della semiotica.

"Ancora un libro sulla guerra. Ma come pensare alla guerra?", si chiede Montanari nella prime pagine del suo interessante volume. "Ripartiamo allora dalla domanda –prosegue più avanti – in apparenza banale: perché da sempre si canta, o si racconta, la guerra? Una prima risposta alla domanda, altrettanto ovvia, è: perché da sempre, e allo stesso modo si cantano le umane gesta e gli avvenimenti della vita, l’amore, la morte. Tuttavia non è così, poiché la guerra ci sembra un’attività speciale: anche l’amore lo è, ma la guerra può far da matrice e da tramite per tutto il resto. Sappiamo che la guerra si presenta come un qualcosa fuori dell’ordinario, ma a differenza delle altre attività che rompono con la consuetudine e la normalità, è straordinaria collettivamente, per una cultura, per una società, in un momento dato".

Montanari inquadra il rapporto fra le strategie e le rappresentazioni belliche, passando in rassegna i modi in cui gli eventi conflittuali vengono dipinti, descritti, narrati, fotografati e filmati. L’ipotesi proposta è quella una "trama strutturale" ricorrente e rintracciabile, che si ripete ogni volta dinanzi allo scenario della lotta.


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