Tavolate di fave a maggio

Anche gli antichi romani le mangiavano cotte e crude

di Cinzia Dal Maso

Le fave ebbero un ruolo molto importante nell’alimentazione dei nostri progenitori. Tuttavia al sacerdote di Giove era proibito toccarle e pare che il Pontefice Massimo non potesse neppure sentirle nominare. Già in Grecia, ai pitagorici, era vietato cibarsene, forse perché si credeva che il ramo della fava, penetrando nelle profondità della terra, mettesse in contatto il mondo dei vivi con quello dei morti. In molte culture antiche, difatti, le fave erano considerate cibo per i defunti. Altri spiegano le proibizioni in relazione alle crisi che spesso questi legumi provocano, il cosiddetto "favismo". Apicio, il più noto chef dell’antica Roma, consigliava di mangiarle cotte con salsa di pesce, olio, coriandro verde, comino e porri sminuzzati. Oppure di consumarle crude, condite da una salsa a base di senape tritata, miele, pinoli, ruta, cumino ed aceto. Rinomate erano le fave coltivate a Baia, in Campania. Apicio le cucinava così: dopo averle tagliate a pezzetti e averle lessate, le serviva con ruta, sedano verde, porri, aceto, olio, salsa di pesce, vino dolce cotto o poco passito. I romani chiamavano "concicla" un composto di fave e di piselli che poteva essere adoperato per gustare molti tipi di carne, anche quelle dei volatili. Lo stoccafisso si gustava con un contorno di funghi e fave. Dalla cucina le fave approdarono al palcoscenico: "Faba mimus" o farsa delle fave s’intitolava una famosa pantomima che aveva come protagonista Romolo, il primo re di Roma. L’argomento è stato approfondito nel corso dell’Intervista possibile di "Questa è Roma!", la trasmissione ideata da Maria Pia Partisani, in onda ogni sabato mattina, dalle ore 11.00 alle 12.00, su Nuova Spazio Radio (88.150 Mhz).


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