New York si racconta a Roma negli scatti della Photo League

 

di Annalisa Venditti

L’abito sporco, i guanti da lavoro, le bretelle legate coi bottoni ai pantaloni, uno straccetto sudicio nella tasca. Ha la bocca annerita dalla sporcizia che si raccoglie sotto terra, gli occhi fissi a mirare un punto immaginato nel vuoto, il bambino-minatore che Lewis W. Hine ha immortalato per sempre, nel 1908, sulla strada di un’America lavoratrice ed operaia. Quella foto oggi ha più di cento anni. Ma il suo naturale bianco e nero non la invecchia. E’ la sua essenza a farle superare la barriera del passato: come se quello sguardo si fosse espresso ora, come se l’interrogativo che lo ha animato continuasse a vivere, fosse scaturito dal presente.

Erano gli anni in cui la "Photo League" (cenacolo di giovani fotografi cresciuto intorno all’esperienza dei più grandi professionisti in materia di quei tempi), inaugurando la nobile stagione della fotografia documentaristica, usava il linguaggio delle istantanee per raccontare piccole storie di vita, catturate tra le popolose vie di New York. Quegli anni di denuncia sociale, di impegno per far sì che il dolore dei poveri e delle classi meno abbienti si ritagliasse il suo angolo di visibilità sono al centro della mostra "Photo League. New York 1936-1951", al Museo di Roma in Trastevere fino al prossimo 27 marzo. "La Photo League – spiega Enrica Viganò, curatore dell’esposizione – era una libera associazione in cui fotografi di grande esperienza erano felici di trasmettere le loro conoscenze e, perché no, le loro idee a giovani aspiranti fotografi e a chiunque fosse interessato a dibattere sugli scopi della fotografia e sul suo significato come arte. I membri si riconoscevano negli insegnamenti di Lewis Hine, che definiva il proprio lavoro ‘fotografia sociale’ per differenziarlo nei modi e negli intenti dal puro reportage. Tutti i membri condividevano anche la convinzione che la fotografia fosse arte e che la sua estetica fosse un veicolo essenziale per il ‘messaggio’. Le immagini erano il frutto di uno stretto rapporto con la vita e la quotidianità dei quartieri in cui essi stessi vivevano, per la maggior parte quartieri operai e a forte insediamento etnico".

In quella fucina di intelletti, impegnati in una visione umanistica della fotografia, si formarono talenti come Weegee Berenice Abbott, Eugene Smith, Ruth Orkin, Morris Engel, Walter Rosenblum, Aaron Siskind e Jerome Liebling. Cinquantadue scatti, raccolti per questa esposizione che sta girando il mondo, testimoniano il loro impegno nell’indagare la realtà con lo speciale "obiettivo" di chi vuole nobilitare la tecnica consacrandola all’arte. Uno slancio immaginario, lirico nella sua commovente spontaneità, come quello della ragazzina sull’altalena, l’istantanea scelta a emblematico manifesto della rassegna.


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