Riti orgiastici e cruenti a Ostia per venerare la Grande Madre

di Annalisa Venditti

Ostia Antica, grazie al suo carattere di città cosmopolita, ha visto, soprattutto dopo l'età flavia, una straordinaria diffusione di religioni orientali.

Una delle divinità più care era Cibele, la "Magna Mater", dea della fertilità venerata in Asia Minore, associata al pastore Attis, da lei amato, il cui culto era giunto a Roma nel 204 a.C., come conseguenza della crisi spirituale dovuta alle incerte vicende della seconda guerra punica. La nave che portava da Pessinunte ad Ostia la pietra nera, simbolo della dea, si andò ad incagliare su una duna sabbiosa presso la riva. Tra la folla di nobili e senatori venuti ad assistere all'approdo era presente anche un'aristocratica di dubbia reputazione, Claudia Quinta, che volle dimostrare la sua innocenza, liberando l'imbarcazione con la forza delle sue mani nude. La pietra fu poi portata a Roma con tutti gli onori, nel tempio eretto sul Palatino.

Il culto di Cibele si dovette stabilire ad Ostia piuttosto presto e dall'epoca di Adriano si concentrò in uno spazio triangolare alla fine del cardine massimo, il Campo della Magna Mater, una zona piuttosto periferica dove potevano svolgersi tranquillamente i riti di carattere orgiastico e cruento. Le epigrafi rinvenute nel Campo ci danno molte informazioni sul culto, che si avvaleva di due associazioni, quella dei portatori di canne (i "cannophoroi"), a memoria del ritrovamento di Attis da parte di Cibele tra queste piante, e quella dei portatori di pini (i "dendrophoroi"), alberi sacri ad Attis e simbolo della sua evirazione e morte. Le cerimonie, di tipo agrario, si svolgevano in marzo e prevedevano due processioni. Veniva ricordata la morte di Attis con nove giorni di digiuno ed astinenza, dopo i quali si celebrava la resurrezione del dio, ricollegabile al risveglio primaverile della natura, il 25 marzo, con la festa detta Hilaria, caratterizzata da musiche ossessive ed assordanti, tali da sfociare in un delirio orgiastico. A questo punto i sacerdoti, scelti tra i fedeli nel corso delle cerimonie e detti "galli", si eviravano imitando Attis, per cui il Senato proibì più di una volta ai cittadini romani di partecipare a simili riti.

A partire dal II secolo, nello spazio davanti al tempio, cosparso di sabbia, si svolgeva la cerimonia del "taurobolium", spesso finalizzata alla salvezza dell'Imperatore o della sua famiglia, culminante nel sacrificio di un toro.

Il rito poteva assumere aspetti terrificanti: l'adepto veniva posto in una buca scavata appositamente, detta "fossa sanguinis", e coperta con una tavola forata, sulla quale veniva sgozzato il toro. Il sangue dell'animale copriva completamente l'iniziato, in una sorta di battesimo che gli permetteva di acquistare la forza dell’animale.

Si affacciava sul Campo anche il sacello di Attis, un recinto rettangolare con una cappella absidata su un lato, il cui ingresso è ancora fiancheggiato da due figure di Pan.

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